Le Masche del Piemonte: storia vera delle streghe delle Alpi

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Le Masche del Piemonte - storia vera delle streghe delle Alpi

Le Masche del Piemonte non erano streghe con il cappello a punta. Erano donne reali, guaritrici di villaggio, temute e cercate nelle valli alpine tra il 1400 e il 1700. A Frassineto Po, nel Monferrato, le chiamavano ancora “masca” davanti al focolare nell’inverno del 1487.

Non principesse, non sante. Donne che conoscevano le erbe quando il medico era a due giorni di mulattiera, che leggevano le nuvole prima della grandine e che, secondo la leggenda, potevano trasformarsi in civetta per i raduni notturni.

Nel folklore piemontese la Masca è una figura ambivalente: rispettata come guaritrice per parti difficili e bestiame malato, temuta perché il suo sapere sfidava la Chiesa e la legge. È questo confine tra cura e paura che ha generato 300 anni di processi per stregoneria in Piemonte.

Per capire chi erano davvero le Masche, non serve un trattato di demonologia. Serve entrare in una stalla d’inverno a Levone, Spigno o Rifreddo, sentire l’odore di fieno e ruta, e leggere gli atti originali dei processi.

Le origini delle Masche: dalle dee pagane ai processi dell’Inquisizione

Il nome masca viene dal latino tardo e significava già “anima, strega”. Le radici sono pre-romane, nei culti alpini della fertilità. È tra XV e XVIII secolo che la figura esplode: mentre la gente si affida alle masche per proteggere il raccolto, le autorità civili e religiose sabaude le perseguono come eretiche.

Cosa dicevano i testimoni ai processi per stregoneria in Piemonte

Gli atti di Levone, Rifreddo e Spigno riportano sempre gli stessi elementi: trasformazione in gatti o civette, volo notturno per il “sabba delle masche”, unguenti fatti con erbe e grasso, potere di guarire o di “mascà” (ammaliare). Non era fantasia locale: era un sistema di credenze diffuso in tutta la Val di Susa, le Valli di Lanzo e il Monferrato.


1474 – Levone (Canavese): il primo rogo documentato per stregoneria in Piemonte

Processo alle streghe di Levone 1474 Antonia Francesca Bonaveria Margarota

Quattro contadine – Antonia de Alberto, Francesca Viglone, Bonaveria Viglone e Margarota Braya – vengono arrestate e portate al castello di Rivara. Accusa: eresia, apostasia, stregoneria.

Gli atti, ritrovati da Pietro Vayra nel 1874 e ripubblicati da Pier Luigi Boggetto, descrivono l’accusa di aver fatto unguenti con resti di bambini dal cimitero di San Giacomo.

Destino: Antonia e Francesca bruciate vive al Prà Quazoglio. Margarota fugge. Bonaveria sparisce dopo il carcere. Oggi a Levone le ricordano con Via Le Masche, due statue e quattro vini dedicati.


1495 – Rifreddo e Gambasca: nasce la “secta mascharum”

Inquisizione Rifreddo 1495 secta mascharum Giovanna Motossa

L’inquisitore Vito dei Beggiami apre il tempus gratiae. Nove donne, tra cui Giovanna Motossa e Caterina Borrella, vengono denunciate non per magia, ma per liti di paese: legna verde, una coscia di maiale negata, un bambino morto.

Sotto tortura Giovanna confessa il patto col demone “Martino”, i voli del giovedì, l’ostia profanata. È il prototipo del processo alle masche: povertà, vedovanza e rancore trasformati in sabba.


1631 – Spigno Monferrato: le masche accusate di diffondere la peste

Margarita Bracha masca di Spigno processo peste 1631

Durante la peste del 1630, quattordici persone sono processate. Protagonista è Margarita Bracha, la guaritrice del paese.

Gli atti (Archivio Vescovile di Savona) la descrivono mentre cura il “male della giazza” con cinque Pater e cinque Ave. Arrestata, risponde: “sono pregna di pane e di vino”. Nel 1632 il Sant’Uffizio annulla il processo per torture illegali. È la prova perfetta: guaritrice utile in tempo di pace, capro espiatorio in tempo di peste.


1727 – Olmo (Acqui Terme): l’ultima masca processata

Anna Maria Cazulo ultima masca Olmo 1727

Anna Maria Cazulo viene processata non per il diavolo, ma perché “donna poco docile”. La vicina la accusa di aver fatto morire 12 maialetti dopo essersi addormentata davanti alla stalla.

Nel Settecento non c’è più il rogo, ma la gogna. Anna Maria scompare dagli atti senza condanna, marchiata per sempre. È l’ultima traccia giudiziaria delle masche in Piemonte.


Il punto centrale: le Masche erano le prime farmaciste del Piemonte

Le Masche non erano solo il mostro ma guaritrici piemontesi

La gente andava dalle Masche per necessità, non per superstizione. Il medico costava un anno di raccolto. La masca chiedeva solo formaggio.

  • Guarivano ferite con unguenti di rosmarino e grasso
  • Abbassavano la febbre con impacchi di malva
  • Assistenza al parto con artemisia
  • Protezione del bestiame con ruta e preghiere

Quando funzionava erano sante. Quando il bambino moriva lo stesso, diventavano streghe. È il meccanismo del capro espiatorio che attraversa tutta la storia delle donne.


La farmacia delle Masche: 3 erbe che usavano davvero

Erbe medicinali delle masche ruta assenzio rosmarino
  1. Ruta (Ruta graveolens) – anti-maleficio, abortiva, usata negli atti di Levone
  2. Assenzio (Artemisia absinthium) – vermifugo, citato da Margarita Bracha nel 1631
  3. Rosmarino – per dolori, fumigazioni e protezione delle partorienti

Dove vedere le Masche oggi: da Levone a Frassineto Po

Dal 2015 Levone è “Il Paese delle Masche”: Via Le Masche, statue in ferro al Prà Quazoglio, e sei vini dedicati (Bonaveria, Margarota, Antonia, Francesca, 1474, Faja). A Frassineto Po c’è il Museo delle Masche. In Val di Susa e Valli di Lanzo i sentieri segnalano ancora i “luoghi magici”.

FAQ – Le Masche del Piemonte

Le masche esistevano davvero? Sì, erano donne reali processate tra il 1474 e il 1727, non figure inventate.

Che differenza c’è tra masca e strega? La strega è il modello inquisitoriale europeo. La masca è piemontese, locale, prima guaritrice e poi accusata.

Quali erbe usavano? Ruta, assenzio, rosmarino, iperico, malva e achillea, tutte documentate negli atti processuali.

Pubblicato il 25 Giugno 2026
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