Il mio vicino Totoro (1988): la favola di Miyazaki che ha insegnato al mondo a credere negli spiriti della foresta

Descrizione immagine mancante

Se un solo personaggio può salvare uno studio, quel personaggio è Totoro. Quando uscì il 16 aprile 1988 in Giappone, Tonari no Totoro non fu un successo immediato al botteghino, ma in trent’anni è diventato il simbolo dell’animazione giapponese nel mondo, tanto da finire come logo dello Studio Ghibli. È un film senza cattivi, senza battaglie, senza trama nel senso hollywoodiano. Eppure è al numero 275 dei 500 migliori film di sempre secondo Empire.

Scheda tecnica completa

Titolo originaleとなりのトトロ / Tonari no Totoro
Anno1988
PaeseGiappone
Durata86 minuti
Regia, soggetto, sceneggiaturaHayao Miyazaki
ProduttoreToru Hara
Produttore esecutivoYasuyoshi Tokuma
StudioStudio Ghibli
Distribuzione JPToho
Distribuzione ITALucky Red (dal 2009)
MusicheJoe Hisaishi
Art directorKazuo Oga
Character designHayao Miyazaki
MontaggioTakeshi Seyama
Voci originaliNoriko Hidaka (Satsuki), Chika Sakamoto (Mei), Hitoshi Takagi (Totoro)

La trama, scena per scena

Anno 1955, Tokorozawa. Satsuki Kusakabe ha 11 anni, Mei ne ha 4. Con il padre Tatsuo, professore di archeologia all’Università di Tokyo, si trasferiscono in una vecchia casa di campagna. Non è una vacanza: la madre Yasuko è ricoverata da mesi in un sanatorio per tubercolosi, e così saranno più vicini.

Il primo giorno trovano i susuwatari, i “nerini del buio”. Solo i bambini li vedono. Il padre ride: “È un buon segno, vuol dire che la casa è sana”.

Pochi giorni dopo, Mei segue delle ghiande e trova due piccole creature bianche e blu. Le insegue fino alla base di un albero di canfora alto 30 metri. Scivolando in una cavità, cade su una pancia morbida. È Totoro, alto tre metri, grigio, con orecchie da coniglio e baffi da gatto. Dorme, sbadiglia, fa un ruggito che è più uno sbadiglio. Mei si addormenta su di lui.

Quando Satsuki arriva, Totoro è sparito. Il padre non si stupisce: “L’hai visto perché voleva farsi vedere. È il custode della foresta”.

La scena madre arriva una sera di pioggia. Le bambine aspettano il padre alla fermata del villaggio. Totoro appare con una foglia in testa per ripararsi. Satsuki gli offre l’ombrello del padre. Totoro è estasiato dal suono delle gocce. Per ringraziare, dà a Satsuki un cartoccio di semi.

Poi arriva il Gattobus. Dodici zampe, occhi come fari, corpo morbido come un divano. È un bakeneko, uno spirito-gatto. Totoro ci sale e sparisce nel vento.

Quella notte Totoro fa la danza della crescita con i due piccoli Totoro. Satsuki e Mei si uniscono. Volano sopra la campagna. La mattina i semi sono germogliati davvero.

L’ultima parte è la più dolorosa. Arriva un telegramma dall’ospedale: la madre avrà un contrattempo e non tornerà nel weekend. Mei, convinta che stia morendo, prende una pannocchia dall’orto della nonnina e scappa verso l’ospedale. Si perde nei campi.

Satsuki, in panico, corre da Totoro. Lui chiama il Gattobus. In pochi secondi trovano Mei piangente vicino a una statua Jizo. Il Gattobus le porta all’ospedale. Non entrano: guardano i genitori dalla finestra, ridono su un albero. La madre trova la pannocchia sul davanzale e dice: “Mi è sembrato di vedere Satsuki e Mei”.

I personaggi, più profondi di quanto sembrano

Satsuki e Mei non dovevano essere due. Miyazaki aveva scritto una sola bambina di 6 anni. Poi capì che non poteva reggere da sola il peso della storia e la divise: Satsuki è la ragione, Mei è l’istinto. I nomi lo tradiscono: entrambe significano “maggio”. Mei è modellata sulla nipotina di Miyazaki.

Tatsuo è il padre ideale di Miyazaki: calmo, non dice mai “non esiste”. Quando le figlie parlano di Totoro, risponde “che fortuna”. È ispirato al padre di Miyazaki, ma al contrario: il vero padre era rigido.

Yasuko non nomina mai la sua malattia, ma Miyazaki ha confermato anni dopo: è tubercolosi spinale, la stessa che tenne sua madre in ospedale per nove anni quando lui era bambino. Disse: “Sarebbe stato troppo doloroso farlo con protagonisti maschi”.

Totoro non è un dio. Miyazaki lo ha detto chiaramente: “Non è uno spirito, è solo un animale. Vive di ghiande. Forse è il custode della foresta, ma è solo un’idea vaga”. È questa vaghezza che lo rende universale.

La produzione: un film nato povero

Totoro uscì in doppia programmazione con Una tomba per le lucciole di Takahata. Tokuma pensava che nessuno avrebbe visto un film per bambini senza trama, così lo abbinò a un dramma di guerra. Fu un disastro al botteghino iniziale: solo 802.000 spettatori.

Il budget era di 304 milioni di yen. Miyazaki lavorò con una squadra minuscola. L’art director Kazuo Oga fu preso dopo che Miyazaki gli mostrò un acquerello di un satoyama. Oga dipinse a mano oltre 1.000 sfondi. L’International Herald Tribune scrisse che Oga “aggiornò il senso animista giapponese, dando a ogni albero un calore pronto a diventare senziente”.

Lo storyboard originale era ambientato nel 1955 a Matsuko e doveva durare un’ora. Durante la lavorazione Miyazaki aggiunse scene di vita quotidiana — il bucato, il bagno, cucinare — e il film arrivò a 86 minuti.

La musica di Joe Hisaishi

La colonna sonora è del 1988, album Tonari no Totoro Saundotorakku Shuu (Tokuma). Le due canzoni sono diventate inni nazionali:

  • Sanpo (testo Reiko Nakagawa) — la marcia iniziale
  • Tonari no Totoro (testo Miyazaki stesso) — insegnata nelle scuole elementari giapponesi

In Italia, Gualtiero Cannarsi le adattò come Passeggiata e Il mio vicino Totoro, cantate da Roberta Frighi.

Distribuzione: 21 anni per arrivare in Italia

  • Giappone: 16 aprile 1988
  • USA: 7 maggio 1993
  • Francia: 8 dicembre 1999
  • UK: 27 marzo 2006
  • Italia: 18 settembre 2009 (Lucky Red)

Perché così tardi? Nel 1997 Buena Vista aveva già doppiato il film con Letizia Ciampa, Erica Necci e Pino Insegno, ma non lo distribuì mai. Nel 2009 Lucky Red richiamò lo stesso direttore Cannarsi, che tenne Ciampa, Oreste Baldini e Roberta Pellini, e rifé tutto il resto con Lilian Caputo (Mei) e Vittorio Amandola (Totoro).

Incassi veri

  • Giappone 1988: 1,17 miliardi di yen (14,6 milioni di dollari)
  • Estero fino al 2009: 30,4 milioni
  • Totale storico: 45,1 milioni di dollari
  • Italia 2009: 381.161 dollari
  • Cina 2018 (prima uscita ufficiale): 25,8 milioni di dollari in due mesi

Più importante: il merchandising di Totoro ha fatturato oltre 1,46 miliardi di dollari in lifetime, salvando Ghibli dopo il flop iniziale.

Premi

  • 1988: Animage Anime Grand Prix
  • 1989: Mainichi Film Concours — Miglior Film e Ofuji Noburo Award
  • 1989: Kinema Junpo — Miglior Film e Readers’ Choice
  • 1989: Blue Ribbon Awards — Premio Speciale
  • 1995: Nomination Saturn Award (USA)

La critica

Rotten Tomatoes: 93% (44 recensioni). Roger Ebert scrisse: “È un po’ triste, un po’ pauroso, un po’ sorprendente, proprio come la vita stessa. Dipende da una situazione invece che da una trama”.

In Italia Paolo Mereghetti diede 4 stelle: “Tocca vertici insuperati nella storia dell’animazione”. Roberto Nepoti su Repubblica: “La poetica di Miyazaki c’è tutta, a cominciare dalla coesistenza tra quotidiano e fantastico”.

L’eredità

Totoro è ovunque: è il logo Ghibli, è un peluche in Toy Story 3, è parodiato in South Park, è citato nei Simpson. L’asteroide 10160 si chiama Totoro. Una specie di onicoforo del Vietnam è stata chiamata Eoperipatus totoro.

La foresta di Sayama a Saitama, modello del film, è oggi protetta dal “Totoro no Furusato Fund”, nato nel 1990. Nel 2008 Pixar ospitò un’asta per il fondo vendendo 200 disegni originali.

E poi ci sono le leggende metropolitane — che Totoro sia uno shinigami e le bambine muoiano, o che sia legato all’incidente di Sayama del 1963. Ghibli le ha smentite più volte: “Gli unici riferimenti reali sono quelli autobiografici di Miyazaki”.

Perché è ancora perfetto

Perché non spiega niente. Non ti dice cos’è Totoro, da dove viene il Gattobus, perché i semi crescono in una notte. Ti chiede solo di crederci come Mei, che ha 4 anni. E in un mondo che vuole spiegare tutto, questa fiducia è rivoluzionaria.

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