Capitolo 06
Il mattino arrivò presto. Ethan si svegliò con una sensazione di riposo che non provava da molto tempo. La luce del sole, calda e pulita, filtrava dalla piccola finestra della sua stanza, illuminando le assi di legno del pavimento. Per un istante, sentì un suono familiare, il cinguettio degli uccelli, e si alzò di scatto per aprire la finestra.
Fuori vide un mondo completamente nuovo e vivo, diverso dal suo, fatto di cemento, auto e tecnologia. Lo aveva visto il giorno prima, ma non da una posizione così alta, da cui poteva ammirare l’orizzonte. In quel momento di pace e riflessione, sentì bussare alla porta.
Era Elara, che lo invitava a svegliarsi. “Era ora! Pensavo di mettere radici attaccata alla tua porta a forza di bussare!” esclamò.
Ethan, dopo che Elara si fu voltata, abbozzò un sorriso divertito. Gli sarebbe piaciuto vedere la vecchia signora mettere fuori delle radici. In quel momento, si rese conto di quanto fosse strano il suo comportamento: a volte si comportava come un quindicenne, altre volte era costretto a essere un adulto. Nel suo vecchio mondo, non si sarebbe mai permesso di mostrare un comportamento poco serio, per paura di essere rimproverato. Ogni tanto, frammenti del passato riaffioravano nella sua mente, per poi andarsene via.
Scesero le scale e fecero colazione. La tavola era imbandita con del latte, un pezzo di pane appena sfornato e un frutto che, a Ethan, sembrava una mela più grossa e più dolce. I semi, però, erano molto grandi e il frutto aveva un curioso retrogusto di cocco e mandorla.
“Come si chiama questo frutto?” chiese Ethan.
“È una Corinzia,” rispose Elara, sorridendo. “Ti piace?”
Ethan annuì vigorosamente. Finita la colazione, andarono a pagare e si misero in cammino. La loro prima tappa era un negozio di vestiti. Non era giorno di mercato, ma al centro del paesino potevi trovare dei negozietti. Arrivarci era semplice: ogni strada principale portava al centro, e bastava seguire le indicazioni.
In questo, Ethan trovò una somiglianza con il suo mondo: la differenza era che non c’erano scritte, ma solo disegni. Per andare al centro, c’era un disegno con dei cerchi concentrici e, al loro interno, un bastone verticale che indicava il percorso. La sua posizione, come la lancetta di un orologio, indicava la direzione. Ethan ne fu incuriosito.
Dopo qualche minuto, raggiunsero il centro della città. La prima cosa che vide fu un’enorme fontana, con dei simboli incisi e, sopra, una statua che raffigurava una specie di divinità. La scultura, pur essendo di pietra e senza dettagli definiti, era ben fatta. Raffigurava una ragazza con lunghi capelli ricci e una corona di fiori, che scoccava un arco verso il cielo, esattamente nella direzione in cui sorge il sole: l’Est.
Elara raccontò la storia di quella fontana. “Quella che vedi, ragazzo, è una cacciatrice. Si narra di una storia lontana, in un tempo in cui il villaggio come lo vedi adesso non esisteva. Era un tempo di guerra, dove la fame e la povertà erano in ogni angolo. C’era scarsità di cibo, e i rifornimenti che dovevano essere dati all’esercito venivano spesso rubati dai banditi. Visto che gli uomini del paese erano al fronte, i banditi potevano fare ciò che volevano. Inoltre, si diceva che vicino al villaggio ci fossero bestie enormi e pericolose che uccidevano qualsiasi animale. A volte venivano trovate anche carcasse umane.
Un giorno, un contadino trovò delle orme enormi nel suo campo, quattro volte più grandi di quelle umane e profonde quasi quanto la mano di un adulto. La gente si spaventò e si rinchiuse in casa. Nessuno voleva più uscire per coltivare o cacciare.
Finché una fanciulla, la figlia di un mercante, non decise di andare a caccia del mostro. Prese un arco e delle frecce dal magazzino del padre e, senza paura, andò nella foresta. Un giorno, un enorme animale fu trovato ucciso dalle sue frecce, e la fanciulla dormiva tranquilla vicino a un albero. Da quel giorno, fu venerata e in suo onore fecero questa statua. Grazie al suo coraggio, il paese riuscì a superare la crisi e a diventare come lo vedi ora. Almeno, questo è quello che dice la leggenda.”
Ethan, sbalordito da quella storia, guardò la statua. Poi, si incamminarono verso il negozio di vestiti che si trovava proprio a sud di quella fontana.
Prima di entrare nel negozio, Elara si fermò e mise una mano sulla spalla di Ethan. “Ascoltami bene, ragazzo,” disse a bassa voce. “I tuoi vestiti attuali attirano troppo l’attenzione. Se dei banditi ti vedono e pensano che tu sia un nobile o una persona ricca, rischiamo di essere derubati e persino uccisi. Dobbiamo trovare qualcosa che ti faccia confondere con la gente del posto.”
Annuì, e i due entrarono. L’aria all’interno profumava di lana grezza e cuoio. Lunghi tavoli erano pieni di vestiti piegati, e scaffali in legno mostravano rotoli di tessuti di ogni tipo.
Salutarono la negoziante, una donna dai modi spicci, che si avvicinò subito a Ethan. Lo squadrò dalla testa ai piedi, il suo sguardo si soffermò sui suoi jeans e sulla felpa. “Che strani vestiti che indossi,” esclamò. “Siete forse un nobile o qualcosa di simile?”
Ethan scosse la testa con un cenno, troppo intimidito per dire una parola. La donna lo metteva a disagio.
Senza dire altro, la negoziante prese un metro di cuoio e, con un’aria professionale, lo invitò a spogliarsi. Ethan diventò rosso come un peperone, ma si tolse solo la felpa e i jeans, rimanendo con la maglietta e l’intimo. La donna non batté ciglio. Prese le misure del ragazzo in un modo che gli sembrava bizzarro, quasi come un rituale. Gli fece allargare le braccia come se fosse in croce, allargò un po’ le sue gambe e cominciò a misurare con precisione ogni parte del suo corpo.
L’anziana negoziante terminò di prendere le misure, riavvolgendo il suo metro di cuoio. Con un’espressione soddisfatta, si rivolse a Elara. “Perfetto,” disse. “Il tessuto è già pronto, mancano solo i tagli e le cuciture. Il vestito sarà pronto quando l’ombra dell’arco della cacciatrice toccherà il bordo esterno della vasca della fontana.”
Elara annuì e ringraziò la donna, prima di fare un cenno a Ethan per uscire. Mentre si allontanavano, Ethan non riusciva a smettere di pensare a quella frase, a come un’ombra potesse segnare il tempo con tanta precisione. Era un modo di vivere completamente diverso dal suo, dove ogni istante era segnato da un numero su uno schermo.
Con l’appuntamento fissato per il ritiro dei vestiti, Elara si rimboccò le maniche. “Bene,” disse, “ora che abbiamo del tempo, andiamo a prendere l’occorrente per il nostro viaggio. Non possiamo viaggiare senza provviste.”
La prima tappa fu una piccola bottega dal forte odore di cuoio e pelle. All’interno, cinture, sacche e bisacce di ogni forma e dimensione pendevano dalle travi di legno. Elara si avvicinò a un’alta mensola e scelse uno zaino semplice ma robusto, fatto di pelle di animale conciata. “Questo farà al caso tuo,” disse, porgendolo a Ethan.
Dopo aver pagato il conciatore, Elara lo guidò lungo la via principale del villaggio. “Ora andiamo a riempire questa sacca,” disse, con un gesto verso lo zaino. “Non possiamo viaggiare senza provviste.”
La loro prossima tappa fu una merceria, un negozio di generi vari. L’interno era un labirinto di scaffali carichi di ogni tipo di merce. L’aria era un mix di odori, dal profumo terroso di frutta e verdura a lui sconosciuta, al legno intagliato di bicchieri e ciotole. Tra i tanti oggetti che Ethan non aveva mai visto, c’erano coltelli appuntiti, ceste piene di erbe e spezie e, appesi vicino al bancone, dei pezzi di carne scura ed essiccata.
Elara si mise a parlare con il proprietario del negozio, scegliendo con attenzione una varietà di provviste. Alcune, come la carne essiccata e una manciata di noci dal guscio insolito, le fece avvolgere in una specie di pelle morbida e oleata. Altre, come il pane e le erbe, le fece avvolgere in fogli sottili di legno.
Con cura e precisione, sistemò ogni cosa all’interno dello zaino di Ethan, riempiendolo fino a che non fu pesante. Poi, dopo aver ringraziato e pagato il rivenditore, i due uscirono dal negozio.
Ethan si strinse le spalline della sacca. Oltre che puzzolente di pelle e di erbe secche, ora era anche incredibilmente pesante. Si chiese come avrebbe potuto sopportare quel peso per un intero giorno e mezzo di cammino. Si voltò verso Elara, pronto a lamentarsi, ma la vide camminare con una leggerezza sorprendente, senza alcun fardello. Si sentì un po’ stupido per essersi lamentato anche solo mentalmente. Si rassegnò e, stringendo la presa sulle spalline, riprese a camminare dietro di lei.
Dopo aver finito le loro commissioni, si diressero verso il luogo dove si trovavano le carrozze e gli animali. Mentre camminavano, Ethan si ricordò della loro conversazione precedente. “Non dovevamo comprarne due di zaini?” chiese a Elara, un po’ perplesso.
Elara si fermò e, con un sospiro, rispose: “L’idea era quella, ma alla fine nel negozio ne era rimasto solo uno. Non preoccuparti, ragazzo, abbiamo finito di fare compere. Adesso andiamo a vedere quando è la prossima partenza. Finché il tuo vestito non è pronto, non possiamo partire.”
Ethan si illuminò. Si era ricordato di quel gigantesco animale che avevano visto prima di arrivare nel paesino. Gli rivolse un sorriso che fece capire subito a Elara il suo desiderio di andare a vedere il “cavallo” da vicino.
Mentre camminavano, Ethan prese l’occasione per spiegare a Elara come misuravano il tempo nel suo mondo. Tirò fuori il suo cellulare e le mostrò lo schermo, indicando le cifre che cambiavano: le ore, i minuti e i secondi. Elara era convinta di non doversi più stupire di niente, e invece rimase a bocca aperta. Quell’oggetto liscio e luminoso che teneva in mano Ethan mostrava una precisione che non poteva neanche concepire. La tecnologia, i calcoli e la scienza da cui proveniva il ragazzo le sembravano a un livello evolutivo mostruosamente lontano dal loro. Era come se stesse guardando un milione di anni nel futuro.