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Capitolo 05

Più Ethan si confidava con Elara, più realizzava un’amara verità: nemmeno a casa sua aveva mai sperimentato una conversazione del genere. Nei rari momenti in cui sua madre era sobria, le uniche frasi che le uscivano di bocca erano ordini taglienti. Domande sui compiti, rimproveri per i piatti non lavati, direttive sulle faccende domestiche. Sembrava che l’unica cosa a starle a cuore fosse mantenere un’illusione di perfetto e sterile ordine.

Mentre camminavano, i fantasmi del passato tornarono a tormentarlo. Chissà se a casa sono in agitazione, pensò, lo sguardo fisso a terra. Chissà se mia madre si sta disperando per la mia scomparsa, o se prova solo fastidio per aver perso il suo sguattero personale. Magari non si è nemmeno accorta che non ho dormito nel mio letto. Mentre quei pensieri oscuri fermentavano nella sua mente, sollevò lo sguardo sul paesaggio placido che li circondava. Quella prateria sconfinata, cullata dal vento, gli riempì i polmoni e, per la prima volta da che aveva memoria, lo fece sentire libero. Osservò il profilo di Elara che camminava al suo fianco e capì perché le parole fluivano così facili con lei: non si sentiva giudicato o ignorato. Si sentiva ascoltato. E quell’attenzione era il dono più prezioso che avesse mai ricevuto in quindici anni di vita.

All’improvviso, l’anziana donna si fermò e puntò il dito in avanti. “Siamo vicini al villaggio! Se aguzzi la vista, laggiù puoi vedere i fumi dei camini.” Ethan scrutò l’orizzonte. In lontananza, distinse la sagoma di un contadino curvo sulla terra e, dal lato opposto di una strada sterrata, un ragazzo che faceva pascolare una mandria. “Quelle sembrano mucche!” esclamò il ragazzo, sorpreso da una visione così familiare. “Noi le chiamiamo Monmut,” lo corresse Elara. Avvicinandosi, Ethan notò subito le differenze. Sebbene avessero un mantello pezzato bianco e nero, le Monmut erano ricoperte da un pelo folto e ispido. Avevano un muso insolitamente allungato, possenti corna arcuate simili a quelle di un toro e una stazza che faceva sembrare le mucche terrestri dei cuccioli.

Poco dopo, un rombo sordo e ritmato attirò la loro attenzione. Proveniva dalla strada davanti a loro e si faceva rapidamente più intenso. Una grossa carrozza da carico, stracolma di legname, si materializzò all’orizzonte. A trainarla c’era un animale imponente che a Ethan ricordò un cavallo, sebbene non ne avesse mai visto uno dal vivo fuori da uno schermo. La creatura era un fascio di muscoli guizzanti, dal mantello nero corvino picchiettato di macchie grigie. Sorpassò Ethan ed Elara a una velocità impressionante, sollevando una folata di polvere e spostando l’aria con un fischio sordo. Ethan rimase a bocca aperta. “Quello che ci è appena sfrecciato accanto è un Fendivento,” spiegò Elara, seguendo la carrozza con lo sguardo. “È il nostro principale mezzo di trasporto pesante.” “Anche nel mio mondo esistono le carrozze tirate dai cavalli, ma non ci sono mai salito. Ormai sono solo un’attrazione per i turisti,” rispose Ethan. Elara annuì, e nei suoi occhi si accese una scintilla di pura curiosità accademica. “Quando saremo al sicuro, dovrai raccontarmi tutto del tuo mondo, nei minimi dettagli,” gli disse. Da brava studiosa di storia, era affascinata da ogni sua parola: dalle stravaganti abitudini della sua società alla misteriosa “tecnologia” di cui parlava.

Dopo un’altra ora e mezza di cammino, il paesaggio si fece più addomesticato, punteggiato da campi coltivati e recinti. I rumori della civiltà si sostituirono al silenzio della natura: voci intente a contrattare, grida felici di bambini che giocavano e richiami di madri indaffarate. Ethan sentì una strana sensazione di calore al petto. Era rassicurante scoprire che, a prescindere dalle distanze o dai mondi, le dinamiche umane rimanevano universali.

Finalmente giunsero in vista di Ungoberg. Elara lo fermò appena prima dell’ingresso del villaggio, assumendo un tono severo e protettivo. “Ascoltami bene, ragazzo. Per prima cosa andremo a mettere qualcosa sotto i denti, poi cercheremo un alloggio per la notte. Tu limitati a seguirmi e non allontanarti per nessun motivo. Qui all’ingresso c’è calma, ma tra poco troveremo molta più folla. Evitiamo di attirare attenzioni indesiderate.” Ethan annuì. Varcata la soglia del paese, fece un passo indietro per lasciarla guidare, guardandosi attorno incantato. Ungoberg era un tuffo letterale in un libro di fiabe medievali: case dalle architetture in legno e pietra, insegne in ferro battuto, vicoli brulicanti e un odore misto di fumo di legna e pane appena sfornato.

Per precauzione, Elara gli afferrò la mano e lo trascinò attraverso il trambusto, alla ricerca di una buona osteria. Ne scovarono una dall’aria accogliente che offriva anche stanze per i viandanti. Prima di varcare la massiccia porta di legno, Elara lo bloccò di nuovo. “Ricorda le buone maniere. In questi locali ci sono regole rigide. Non puoi sederti dove ti pare: devi aspettare che il proprietario ti dia il permesso. Ci sono leggi severe contro chi manca di rispetto.” Ethan deglutì e annuì proprio mentre il suo stomaco, in perfetto tempismo, lanciava un forte brontolio di protesta.

Una volta dentro, una giovane cameriera dal grembiule macchiato li scortò a un tavolo d’angolo. Non appena ebbero il permesso di accomodarsi, Elara prese in mano la situazione. “Due porzioni di carne alla roccia con un contorno di verdure di stagione,” ordinò alla ragazza. “E due boccali: uno di liquore della casa e uno d’acqua.” Poi si voltò verso Ethan, ammorbidendo l’espressione. “Spero sia di tuo gradimento. Se avrai ancora fame dopo, non esitare a dirmelo.”

La cameriera tornò poco dopo con le bevande e due set di posate avvolti in un panno ruvido. Ethan li srotolò, perplesso: al posto della forchetta c’era un arnese appuntito simile a un grosso punteruolo di ferro, mentre il coltello assomigliava più a un pugnale da caccia che a un utensile da tavola. L’attesa durò poco. Due spessi taglieri di legno vennero posati davanti a loro; al centro di ognuno c’era una lastra di pietra rovente su cui sfrigolavano spessi tagli di carne succulenta, accompagnati da verdure colorate, sprigionando un aroma che fece venire l’acquolina in bocca a Ethan. Senza badare troppo al galateo o alla stranezza di quelle posate, il ragazzo afferrò punteruolo e pugnale e iniziò a divorare il pasto con l’ingordigia di chi non toccava cibo da giorni. Elara lo osservò tagliare e masticare a un ritmo impressionante, sorridendo divertita mentre consumava la sua porzione con la tipica lentezza di chi non ha fretta.

Terminata la cena, si avvicinarono al grosso bancone in legno grezzo. Elara catturò l’attenzione del locandiere, un uomo corpulento dalla barba folta e le braccia grosse come tronchi. “Vorremmo affittare due stanze. Solo per stanotte.” L’uomo annuì con un grugnito cordiale. “Le abbiamo. Ma il pagamento è anticipato. La colazione di domani non è inclusa; se vorrete consumarla qui, il totale per notte e pasti sarà di una moneta d’oro, due d’argento e tre di bronzo.” Elara sfilò un piccolo sacchetto dalla veste, contò le monete sonanti e le depose sul bancone.

Con le chiavi in mano, si fecero indicare le scale verso il piano superiore. Giunti nelle rispettive stanze, semplici ma pulite, Ethan si diede un’ultima lavata al viso. Si buttò sul materasso sconosciuto, pronto a sprofondare in un meritato riposo, mentre i suoni di Ungoberg sfumavano nel buio della sua prima vera notte nel Regno di Argaska.

Amministratore

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Autore su Cuore di Pandora.

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