Dopo altre quattro ore di marcia, il fitto groviglio di tronchi e rami iniziò a diradarsi. Quando finalmente emersero dall’oscurità del bosco, davanti a loro si spalancò un oceano d’erba: un’enorme prateria spazzata da una brezza leggera, tappezzata di fiori dai colori così vividi da sembrare dipinti. Elara notò il respiro affannato del ragazzo e decise che era il momento di una sosta. L’orizzonte aperto, pensò, lo avrebbe aiutato a scacciare la claustrofobia e il terrore di poco prima. Individuarono il gigantesco tronco di un albero abbattuto dal tempo e vi si sedettero sopra, grati di poter riposare le gambe.
“Questa foresta che ci siamo appena lasciati alle spalle,” esordì Elara, lo sguardo perso verso il limite degli alberi, “è conosciuta come il Bosco dei Quattro Profeti. Le leggende narrano che, in un’epoca antica, quattro despoti soggiogarono il Regno di Argaska spacciandosi per emissari divini. Quando il popolo si ribellò, fuggirono e si nascosero proprio in questa selva.” “E poi cos’è successo?” chiese Ethan, incuriosito. “Di loro non si seppe più nulla,” rispose la donna con un mezzo sorriso. “La gente crede che siano svaniti magicamente nel nulla o che spiriti oscuri li abbiano portati via. Ma la verità è molto più banale: sono semplicemente morti. Ho trovato le loro tombe coperte di muschio molto tempo fa, durante le mie esplorazioni.”
All’improvviso, un cespuglio di erba alta fremette violentemente. Ethan fece un balzo all’indietro, ma dalla vegetazione sbucò un essere decisamente buffo. Sembrava un assurdo incrocio tra un coniglio e un piccolo canguro. Atterrò a un paio di metri da loro: aveva un corpo tozzo e paffuto, minuscole zampe anteriori e robuste zampe posteriori. Il muso e le lunghe orecchie erano l’unica cosa che ricordasse un coniglio, mentre le zampe terminavano con unghie spesse, simili a quelle di una talpa.
“E quello che animale è?” domandò Ethan, lo stupore che per un attimo vinceva la paura. Elara si voltò tranquillamente. “Oh, quello è un Saltarello. È innocuo. Passa le giornate a scavare in cerca di radici, frutti caduti e qualche pianta curativa. Vedi, ragazzo, da queste parti non ci sono grandi predatori. A parte il Tessitore dell’Ombra — il ragno che ti ha tanto spaventato — o i Biforcus a strisce, in questa zona puoi camminare tranquillo.” La donna si voltò a guardarlo negli occhi, l’espressione che si faceva più seria. “Ma ora dimmi di te. Da dove vieni esattamente? Qual è il nome della tua capitale?”
Ethan esitò, cercando le parole giuste per spiegare un mondo che a lei sarebbe sembrato pura finzione. “Da me non ci sono regni,” iniziò, passandosi una mano tra i capelli. “La mia capitale è una metropoli enorme, si chiama Londra. Io vivo in un comune un po’ in periferia, vicino a un bosco che si chiama Epping Forest. La mia famiglia ha una storia un po’ complessa… Le mie origini sono ebraiche, perché il mio bisnonno scappò dalla sua città a causa di una guerra spaventosa. Mia madre, invece, viene da un continente lontano, l’America. Si sono conosciuti a Londra, si sono innamorati e hanno deciso di mettere radici lì.”
Fece un sospiro profondo, stringendosi nelle spalle. “Nel luogo in cui vivo, animali come questo Saltarello o quel ragno gigante non esistono. Certo, abbiamo i nostri predatori, ma hanno dimensioni e forme completamente diverse. Spesso, da noi, le creature più letali sono le più piccole. Esistono ragni minuscoli, grandi quanto una moneta, il cui veleno può ucciderti in poche ore se non ricevi subito un antidoto.” Elara aggrottò la fronte. Non aveva la minima idea di cosa fosse un “antidoto”, ma la gravità nel tono del ragazzo era inequivocabile.
Poi, un’illuminazione folgorò la mente di Ethan. Sgranò gli occhi, colpito da un’incongruenza colossale a cui non aveva prestato attenzione fino a quel momento. “Aspetti un momento…” mormorò, alzando lo sguardo su di lei. “Se questo non è il mio mondo… se Londra e i cellulari qui non esistono… come è possibile che io capisca ogni parola che dice? E come faccio a parlarle nella sua lingua?” Elara scosse lentamente il capo, lo sguardo pensieroso. “È un mistero a cui non so dare risposta, ragazzo mio.”
In quel preciso istante, il Saltarello fece un altro balzo, atterrando vicinissimo a loro. Teneva stretta tra le zampette anteriori una grossa radice terrosa appena dissotterrata. Soddisfatto del bottino, schizzò via scomparendo di nuovo tra l’erba frusciante.
Ethan, però, non lo notò nemmeno. Era concentrato su un’idea. Raccolse un rametto secco da terra, si inginocchiò vicino a una chiazza di terra polverosa e, con gesti meticolosi, incise due lettere: Io. Si rialzò e indicò la scritta. “Signorina Elara, riesce a leggere quello che ho scritto?” La donna si sporse in avanti, strizzando gli occhi per osservare i segni tracciati nella polvere. Scosse la testa. “No. Mi dispiace, ma non ho mai visto questi simboli in vita mia.” Senza esitare, Elara prese il rametto dalle mani di Ethan. Si chinò e, di fianco alla sua parola, tracciò a sua volta dei segni. Ethan rimase a bocca aperta. Ciò che Elara aveva scritto era composto da sei glifi elaborati, dalle linee dure e spigolose, che assomigliavano ad antiche rune. Era un sistema di scrittura totalmente alieno, che non aveva nulla a che fare con nessun alfabeto della Terra.
Fu come ricevere un pugno nello stomaco. In quel momento, Ethan realizzò fino in fondo la vastità dell’abisso in cui era caduto. Non era solo geograficamente lontano da casa: si trovava in un universo dove persino i fondamenti della comunicazione visiva erano stati riscritti.
Tirò fuori il cellulare dalla tasca, come per aggrapparsi a un ultimo frammento di normalità. Lo schermo segnava le 13:30 passate. Come a voler stemperare la tensione di quella rivelazione, il suo stomaco scelse quel momento esatto per emettere un brontolio sordo e prolungato.
“Quanto manca per la capitale?” chiese Ethan, il tono sconsolato di chi ha un disperato bisogno di certezze e di un pasto caldo. Elara sbottò in una risata di pancia, forte e cristallina. Rise così tanto che dovette tenersi i fianchi. “A quanto vedo, il tuo stomaco funziona esattamente come il nostro!” esclamò, asciugandosi una lacrima di divertimento. Tirò un sospiro per calmarsi, guardandolo con affetto. “Mi ero preoccupata, sai? Eri diventato improvvisamente pallido e cupo. Eri talmente terrorizzato laggiù che temevo non saresti riuscito a fare un altro passo.”
Ethan mise su un broncio offeso e sentì le guance andargli a fuoco, chiaramente imbarazzato. “Non fare quella faccia,” lo rassicurò Elara, accarezzandogli una spalla. “Per la capitale manca ancora un giorno e mezzo di viaggio. Ma non temere: a poche ore da qui c’è un villaggio. Lì potremo cercare un passaggio su qualche mezzo di trasporto, fare scorta di provviste al mercato e comprare degli zaini. E, credimi, dovremo trovarti dei vestiti nuovi. Con quegli stracci addosso dai troppo nell’occhio.”
Ethan guardò i suoi jeans e le sue scarpe da ginnastica, annuendo. Dopo un altro po’ di riposo, si rimisero in marcia, lasciandosi il gigantesco tronco alle spalle. Mentre attraversavano la prateria sterminata, Elara iniziò a istruirlo sulle usanze del paesino verso cui erano diretti. “Rimani sempre al mio fianco,” lo ammonì seriamente. “Hanno tradizioni rigide e sono diffidenti verso chi viene da fuori. Lascia parlare me.”
Per ingannare il tempo, Ethan ricambiò il favore, provando a spiegarle il suo mondo. Parlò di strade d’asfalto, di semafori che decidevano quando le persone potevano camminare, e di schermi luminosi chiamati televisori che raccontavano storie magiche senza usare la magia. E così, passo dopo passo, sotto un cielo sconosciuto, lo scambio delle loro storie iniziò a costruire un ponte tra due universi lontanissimi, rendendo il peso di quel lungo viaggio un po’ più leggero.
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