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Capitolo 04

Il tempo passò, e dopo altre quattro ore di cammino, Elara ed Ethan erano finalmente fuori dal bosco. Davanti a loro si stendeva un’enorme prateria, tappezzata di fiori dai mille colori. Lì, Elara decise di far riposare il ragazzo, pensando che un luogo più aperto lo avrebbe aiutato a calmarsi. Trovato un grosso tronco, residuo di un albero abbattuto tempo prima, si sedettero.

“Questo bosco da cui siamo partiti,” disse Elara, “è chiamato dalla gente il Bosco dei Quattro Profeti. Si narra che in passato, quattro profeti, dopo aver soggiogato la popolazione del Regno di Argaska, furono cacciati. Per fuggire, si nascosero in questa foresta. Di loro non si seppe più nulla e molti pensarono che fossero scomparsi nel nulla. Ma la verità è che sono semplicemente morti. Ho trovato le loro tombe molto tempo fa, quando esploravo questi luoghi.”

Ethan ascoltò in silenzio la storia. All’improvviso, un cespuglio di erba alta si scosse e ne uscì un essere buffo, simile a un incrocio tra un coniglio e un canguro. L’animale fece un balzo e atterrò vicino a loro. Aveva braccia piccole, gambe grosse e robuste, e unghie simili a quelle di una talpa. L’unica cosa che assomigliava a un coniglio erano le orecchie e il muso, ma il suo corpo era paffuto e tozzo.

“Che animale è quello?” chiese Ethan, stupito.

Elara si girò e rispose: “Oh, quello è un Saltarello. È innocuo, si nutre di radici, frutti e persino di alcune piante curative. Ragazzo, da queste parti non ci sono predatori, tranne il Tessitore dell’Ombra, il ragno che abbiamo visto prima, o il Biforcus, che tu chiami cinghiale. Non ci sono altri animali pericolosi in questa zona.”

Poi, Elara lo guardò negli occhi e gli domandò: “E invece, dimmi, ragazzo, da dove vieni tu? Come si chiama la tua capitale?”.

Dopo un attimo di esitazione, Ethan iniziò a parlare. “Da dove vengo io non esiste un regno, ma una capitale… la mia capitale è Londra,” spiegò. “E il mio comune è nella periferia, vicino a un bosco che si chiama Epping Forest. La mia famiglia ha una storia complicata: le mie origini sono ebraiche, perché il mio bisnonno scappò dalla sua città natale per via di una guerra. Mia madre, invece, è di origini americane. Si sono conosciuti a Londra, si sono innamorati di quel posto, e hanno deciso di viverci.”

Ethan fece un grosso sospiro e si guardò intorno. “Dove vivo io non esistono animali del genere,” disse. “Certo, abbiamo anche noi predatori, ma la loro grandezza e la loro struttura sono completamente diverse. A volte, anche gli animali più piccoli sono i più letali. Ci sono dei ragni, per esempio, talmente velenosi che un solo morso può ucciderti, se non ricevi subito un antidoto.”

Si fermò, guardando il volto di Elara, che si era fatto incredulo. La donna non aveva idea di cosa fosse un “antidoto”.

“E poi,” continuò Ethan, “se questo non è il mio paese, come faccio a capire la vostra lingua? E come faccio a parlare?”.

Elara scosse il capo, il suo sguardo perso nel vuoto. “Non so risponderti, ragazzo.”

In quel preciso istante, il buffo Saltarello fece un altro balzo, atterrando a pochi metri da loro. Teneva stretta tra le sue piccole braccia una radice enorme, che sembrava aver dissotterrato con le sue forti unghie. Poi, soddisfatto del suo raccolto, saltellò via velocemente, scomparendo tra l’erba alta. Ethan lo osservò mentre se ne andava e l’anziana donna continuava a riflettere in silenzio sulle sue parole.

Ethan decise di fare una prova. Cercò un rametto tra l’erba, si avvicinò a un punto di terra sabbiosa vicino al tronco e, con un gesto meticoloso, scrisse una parola nella sua lingua: “Io“.

Si voltò verso l’anziana donna e, sperando che un segno del suo mondo potesse essere riconoscibile, le chiese: “Lei riesce a leggerlo?”.

Elara si sporse in avanti, osservò i segni tracciati sulla terra. Scosse la testa e rispose: “No, mi dispiace. Non conosco questi simboli”. Poi, senza esitazione, prese il bastone dalla mano di Ethan e, sotto il suo sguardo, iniziò a scrivere a sua volta. Ethan rimase a bocca aperta: ciò che per lui erano lettere, per lei erano sei strani simboli che non aveva mai visto. Sembrava una lingua antica e sconosciuta, completamente estranea a tutto ciò che aveva mai imparato.

In quel momento, Ethan capì che non era solo lontano da casa. Era in un mondo dove ogni cosa, persino la scrittura, era diversa.

Tirò fuori il cellulare dalla tasca dei pantaloni e guardò l’ora: erano le 13:30 passate. Lo stomaco gli brontolò rumorosamente.

“Quanto manca per la capitale?” chiese a Elara, con un tono che tradiva la sua crescente fame.

Elara scoppiò a ridere di gusto, una risata forte e cristallina. “A quanto vedo, sei tornato normale!” esclamò tra una risata e l’altra. Si fermò, fece un respiro profondo per placare il divertimento e aggiunse: “Mi ero preoccupata, eri diventato tutto cupo. Eri talmente spaventato che non sapevo se saresti riuscito ancora a fare un passo, o se mi sentivi lì!”.

Ethan, sentendosi chiaramente preso in giro, mise il broncio e arrossì.

“Non preoccuparti,” disse Elara, con un tono che era tornato calmo. “Manca ancora un giorno e mezzo, ma più avanti c’è un paesino dove possiamo prendere un mezzo di trasporto. Prima dobbiamo comprare delle provviste al mercato e magari dei vestiti per te. I tuoi sono un po’ strani. E magari compriamo anche un paio di zaini, visto che ci serviranno per portare le scorte durante il viaggio.”

Ethan annuì, e dopo un breve riposo, i due ripresero il cammino, allontanandosi dal gigantesco tronco. Mentre il vasto prato si estendeva davanti a loro, Elara iniziò a raccontare la storia di quella strada e del paesino dove erano diretti. “Non allontanarti mai da me,” lo ammonì. “Le loro tradizioni sono molto diverse e non capiscono chi viene da fuori.”

A sua volta, Ethan le raccontò delle sue tradizioni e delle differenze tra il suo mondo e il Regno di Argaska. Parlò dei semafori, che dirigono il traffico, delle televisioni, che mostrano storie da ogni angolo del pianeta, e della vita frenetica in una metropoli come Londra.

Mentre camminavano, il loro scambio di storie creò un ponte tra i loro due mondi, rendendo il viaggio meno pesante.

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