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Capitolo 03

In quell’istante, un brivido freddo percorse la schiena di Elara. Il racconto di Ethan, quel miscuglio di ingenuità e dettagli vividi, le aveva risvegliato nella memoria un episodio quasi dimenticato. Decisa a vederci chiaro, si diresse verso un massiccio baule di legno, ne sollevò il coperchio cigolante ed estrasse un tomo impolverato, rilegato in pelle e consunto dal tempo. Prese una candela, la accese con un rametto rovente dal focolare e si sedette al tavolo grezzo all’esterno della baita.

Alla luce tremolante della fiamma, sfogliò le pagine ingiallite finché i suoi occhi non scovarono un passaggio che sembrava l’eco perfetta di quanto appena udito. Parlava di un allevatore di bestiame che, decenni prima, era stato improvvisamente inghiottito da una strana nebbia calata dal nulla, subito dopo aver udito una melodia ammaliante. L’uomo era riuscito a fuggire, terrorizzato all’idea che si trattasse di spiriti maligni, ma quando aveva raccontato l’accaduto nel suo villaggio, nessuno gli aveva creduto. Poco tempo dopo era svanito nel nulla, abbandonando la sua mandria. Le autorità della capitale avevano inviato degli ispettori per indagare, ma senza trovare uno straccio di prova logica. Il caso era stato archiviato e relegato ai margini della storia come evento inspiegabile.

Leggere quelle righe riaprì in Elara vecchie porte che credeva chiuse. Le ricordò chi era stata un tempo: un’acclamata studiosa di storia antica e un’insegnante nella capitale. Ricordi di una vita che aveva scelto di seppellire in solitudine tra quei boschi, fuggendo da eventi che la ferivano ancora.

Il mattino arrivò in fretta. Alle cinque e mezza, una debole luce azzurrognola filtrava già dalle fessure della baita. Ethan aprì gli occhi; aveva dormito solo quattro ore, eppure ogni traccia di stanchezza era miracolosamente svanita dal suo corpo. Elara gli si avvicinò con espressione solenne. “Ragazzo, ho preso una decisione. Verrai con me nella capitale: dobbiamo studiare a fondo il tuo caso.”

Ethan annuì senza esitare. Nella sua mente, però, si fece strada un pensiero quasi divertito: Magari, vista l’età, la signora ha perso un po’ il senso delle distanze. Probabilmente per lei la “capitale” è il comune o il paesino qua vicino.

Fecero una colazione frugale. Poi la donna gli indicò una bacinella di legno in un angolo, che la sera prima gli era sfuggita nell’oscurità. Si diedero una lavata veloce con l’acqua gelida, rinfrescandosi il viso e le mani per prepararsi al lungo viaggio. Elara si assicurò di chiudere bene la porta, poi gli fece cenno di seguirla lungo un sentiero seminascosto sul retro dell’abitazione. Fin dai primi passi, Ethan rimase sbalordito: l’anziana camminava con una falcata leggera, sicura e inarrestabile, muovendosi tra le radici con l’agilità di chi è nato nella foresta.

Il bosco intorno a loro sembrava pulsare di una strana energia vitale. Il terreno era spugnoso e incredibilmente fertile, tappezzato di felci rigogliose e sottobosco brulicante di vita. Crescevano funghi dalle dimensioni impossibili e dai colori sgargianti; un dettaglio che affascinò Ethan, abituato a vedere i funghi solo tagliati a fette sulla pizza o nei sacchetti del congelatore.

Dopo un’ora di marcia, Elara non mostrava il minimo segno di cedimento. Le gambe di Ethan, invece, iniziarono a bruciare per lo sforzo. Cercò di resistere in silenzio, ma il suo passo si fece inevitabilmente più trascinato. Senza bisogno di parole, la donna se ne accorse e rallentò il ritmo impercettibilmente, permettendogli di rifiatare.

Due ore più tardi, l’attenzione del ragazzo fu catturata da un arbusto carico di frutti insoliti. Avevano la forma di una pera, ma brillavano di un verde smeraldo vivido e innaturale. Si fermò a osservarli, perso nei suoi pensieri. Si rese conto di quanto quella disavventura lo stesse già cambiando. A scuola, bloccato dalla timidezza e dal terrore di sbagliare, balbettava a stento con i professori. Con Elara, invece, la conversazione fluiva spontanea, libera da ogni giudizio. Forse perché percepiva in lei una solitudine affine alla sua, o forse perché la stravaganza della donna lo faceva sentire finalmente compreso.

“Ragazzo, tutto bene?” lo riscosse la voce di Elara. Ethan annuì. “Sì… guardavo solo questi strani frutti. Non ne ho mai visti di simili.” “Se non conosci la flora, tieni le mani a posto,” lo ammonì lei con tono severo. “Per noi umani sono velenosi. Un solo morso e rischieresti di passare una giornata pessima.”

Ethan fece per allontanarsi, quando uno stridio agghiacciante alle sue spalle lo fece gelare sul posto. Si voltò di scatto e vide sbucare dalla boscaglia una bestia colossale. Sembrava un cinghiale, ma la sua pelliccia era bianca a strisce nere, simile a una zebra. Zanne enormi e spaventose gli spuntavano dal grugno. L’animale guaiva e grugniva in modo dissennato, bava schiumosa gli colava dalle fauci mentre saltava da una parte all’altra in preda alle convulsioni, per poi schizzare via e scomparire di nuovo tra le fronde.

“Che diavolo era quello, signora Elara?!” sbottò Ethan, tremando come una foglia. “Sembrava un cinghiale… ma era gigantesco e urlava!” Elara inarcò un sopracciglio, genuinamente confusa. “Un ‘cinghiale’? Ragazzo, non so di cosa parli. Quella bestia noi la chiamiamo Biforcus.” “Ma non era un animale normale! Era a strisce e urlava come un pazzo!” La donna guardò il cespuglio frantumato dalla fuga dell’animale. “L’hai visto mangiare uno dei frutti di smeraldo che ti ho detto di non toccare, vero?” Ethan annuì, ancora scosso. “Povera bestia,” sospirò Elara. “Per noi sono velenosi, ma per i Biforcus a strisce sono il peggiore degli incubi. Non li uccidono subito: attaccano la mente e li fanno impazzire. Dopo un’ora di allucinazioni e agonia, scompaiono nel nulla. Proprio come chi si perde nella nebbia.” Si fermò, come trafitta da un ricordo improvviso, e si voltò bruscamente verso di lui. “E un’altra cosa! Cosa ti ho detto ieri? Io sono una signorina!” Ethan si rilassò un minimo, arrossendo con un mezzo sorriso. “Chiedo scusa, signorina Elara. Me ne ricorderò.”

Camminarono per altre quattro ore. A giudicare dalla posizione del sole, dovevano essere le nove e mezza del mattino. Sebbene le gambe di Ethan non fossero abituate a simili maratone, riusciva ormai a tenere il passo. Il paesaggio cominciò a mutare: la vegetazione si diradò e i tronchi mastodontici lasciarono spazio a radure dove la luce dorata illuminava il sentiero.

All’improvviso, Elara si piantò sul posto, sbarrando gli occhi. Davanti a loro, sospesa tra i rami più alti, si estendeva una ragnatela di proporzioni architettoniche. I fili sembravano spesse corde opache. Prima che Ethan potesse razionalizzare la scena, un uccello dalle piume iridescenti — grande quanto un’aquila — finì dritto contro la trama appiccicosa.

La reazione fu istantanea. Dalla fitta oscurità del fogliame emerse un ragno gigantesco, nero e ricoperto di peluria aculeata. Con movimenti a scatti, innaturalmente rapidi, si avventò sulla preda impigliata, mentre i suoi occhi scarlatti brillavano di una fame crudele. Ethan osservò la scena paralizzato, ogni macabro dettaglio impresso a fuoco nella sua retina.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Tutta la logica a cui si era aggrappato si polverizzò. Il respiro gli si bloccò in gola e il petto si strinse in una morsa dolorosa. Indietreggiò, annaspando, e si aggrappò al braccio di Elara in preda al terrore puro.

“Dove siamo?!” urlò, la voce rotta che saliva di ottava a ogni parola, gesticolando freneticamente verso l’alto. “Nulla di tutto questo ha senso! Da dove vengo io queste cose non esistono! Al massimo ci sono cervi… cinghiali veri… ragni minuscoli… io… non…” Il tremore divenne incontrollabile. Era il panico assoluto di chi ha perso ogni punto di riferimento con la realtà.

Elara non cercò di zittirlo. Con un gesto di rara calma e dolcezza, gli posò entrambe le mani sulle spalle, ancorandolo a terra. “Ascoltami bene, ragazzo,” gli disse, con una voce così ferma e gentile da fendere il panico. “Questi boschi e tutte le terre che ci circondano appartengono al Regno di Argaska. Non so esattamente quale magia o sventura ti abbia portato qui né da dove tu provenga, ma ti assicuro che dove stiamo andando troveremo delle risposte.”

Fissando la paura viscerale e genuina negli occhi spalancati del ragazzo, Elara ebbe la sua conferma definitiva. Quella non era l’invenzione di un bugiardo o un brutto sogno. Era la disperazione di qualcuno che veniva davvero da un altro mondo.

Con un movimento deciso ma delicato, prese la mano tremante di Ethan nella sua, intrecciando le dita alle sue per infondergli coraggio. Insieme, ripresero il cammino.

Amministratore

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Autore su Cuore di Pandora.

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