Capitolo 03
In quell’istante, Elara si fermò, un brivido freddo che le percorse la schiena. La storia di Ethan, quel miscuglio di assurdità e verità, le aveva riportato alla mente un fatto strano di cui aveva letto in uno dei suoi vecchi libri. Forse, pensò tra sé, era giunto il momento di dargli una spolverata. Si diresse verso un grande baule di legno, lo aprì e tirò fuori un libro impolverato e consunto dal tempo. Accanto, prese anche una candela che appoggiò sul tavolo grezzo all’esterno. Con un rametto, si avvicinò al fuoco nel camino, lo accese e corse ad accendere la candela.
Una volta che la fiamma tremolò, illuminando l’oscurità, si sedette e aprì il libro. Dopo aver sfogliato varie pagine, i suoi occhi si posarono su un racconto che sembrava quasi un’eco della storia appena udita. Parlava di un allevatore di bestiame che, durante una passeggiata, si era ritrovato improvvisamente avvolto da una strana nebbia, subito dopo aver sentito un canto misterioso.
L’allevatore, terrorizzato, pensò che fossero spiriti maligni e scappò via. Uscito dalla nebbia, raccontò la sua storia, ma nessuno gli credette. Poco tempo dopo, scomparve nel nulla, lasciando le sue bestie nel recinto. La gente del posto, spaventata, aveva inviato una richiesta di aiuto alla capitale, che aveva mandato quattro persone per indagare, ma nessuno aveva saputo dare una risposta logica ai fatti. Alla fine, il caso era stato archiviato e quel fatto era passato in secondo piano. I libri di storia ne parlavano ancora come un evento inspiegabile.
La storia di quell’allevatore le fece ricordare eventi della sua stessa vita che aveva dimenticato o semplicemente evitato di ricordare fino a quel momento. Elara, infatti, era una studiosa di storia antica e, da giovane, insegnava in una scuola nella capitale. Ma certi eventi l’avevano costretta ad abbandonare sia il suo lavoro che la città, e a vivere in solitudine.
Il mattino arrivò presto. Erano le cinque e mezza, e la luce del sole filtrava debolmente. Ethan si era svegliato dopo un sonno profondo, durato circa quattro ore, ma la stanchezza accumulata sembrava essere svanita. Elara si avvicinò a lui e, con un tono calmo, gli chiese se voleva andare con lei nella capitale per studiare meglio il suo caso. Ethan, senza esitare, annuì. Ma sentendo nominare la parola “capitale”, un pensiero divertito gli attraversò la mente: “Magari, data l’età, la signora avrà perso un po’ il senso dell’orientamento. Forse per lei la capitale è solo il comune o un paese vicino”.
Fecero colazione, poi Elara lo invitò a lavarsi. Solo in quel momento, Ethan si accorse di una bacinella di legno situata in un angolo della stanza, che non aveva notato la sera prima a causa del buio. Si diedero una lavata veloce, rinfrescando i volti e le mani prima di prepararsi per il lungo viaggio.
Elara si assicurò che la porta d’ingresso fosse ben chiusa, poi fece cenno a Ethan di seguirla. Imboccarono un sentiero nascosto proprio dietro la casa. Ethan rimase sbalordito da quanto l’anziana donna fosse agile e veloce; la sua camminata era leggera e sicura, con un ritmo deciso, come se per lei fosse la cosa più naturale del mondo.
Mentre seguiva Elara, Ethan si guardò intorno. Il bosco sembrava non avere fine, e l’ambiente che lo circondava era stranamente vivo. Il terreno era morbido e incredibilmente fertile, e sotto gli alberi crescevano rigogliose altre piante più piccole. Il sottobosco era pieno di funghi di ogni forma e colore. Ethan non aveva mai raccolto un fungo in vita sua; quelli che aveva mangiato venivano dalla pizza o dal congelatore.
Era passata già un’ora, ma Elara non si era fermata a riposare nemmeno per un istante. Ethan, invece, cominciò a sentire la stanchezza nelle gambe. Cercò di resistere in silenzio, ma il suo passo si fece più lento e pesante. Elara se ne accorse subito e, senza dire nulla, rallentò il suo ritmo per permettergli di tenerle il passo.
Dopo altre due ore di cammino, Ethan notò una pianta con frutti dall’aspetto insolito: a forma di pera, ma di un vivido color verde smeraldo. Si fermò, la sua mente assorta in una profonda riflessione. La paura di essersi perso e di aver cercato aiuto lo aveva cambiato. A scuola, non riusciva a parlare bene con gli insegnanti, balbettando il minimo indispensabile prima di chiudersi nel silenzio. Durante le lezioni di lettura, una sola frase sbagliata bastava a scatenare le risate. Eppure, con Elara, si stupì di quanto la comunicazione fosse facile. Non sentiva alcun giudizio in lei. O forse, pensò, era solo perché la considerava una persona con problemi più grandi dei suoi, il che lo metteva a proprio agio.
Elara si accorse che il ragazzo si era fermato, osservando pensieroso la pianta. “Ragazzo, tutto bene?” chiese.
Ethan, risvegliato dai suoi pensieri, annuì. “Sì… Stavo solo guardando questi strani frutti. Non ne ho mai visti così”.
“Se non conosci le piante, evita di avvicinarti,” rispose Elara con tono severo. “Quei frutti, anche se sembrano buoni, per noi sono tossici. Se ne mangi anche solo uno, rischi di passare una brutta giornata”.
Ethan si stava avvicinando a Elara, quando un rumore proveniente da dietro di lui lo fece sussultare. Si voltò e vide un enorme cinghiale con una pelliccia bianca a strisce nere, come una zebra. La sua mole era impressionante e le sue zanne, enormi, lo rendevano ancora più minaccioso. L’animale stava urlando come un pazzo, la saliva che gli colava dalla bocca, mentre saltava da una parte all’altra, per poi scomparire di nuovo nella fitta vegetazione.
Ethan, con la voce che gli tremava, si voltò verso l’anziana donna. “Che cos’era quello, signora Elara? Mi sembrava un cinghiale… ma era enorme e urlava!”.
Elara si accigliò, genuinamente confusa. “Un ‘cinghiale’? Ragazzo, non so di cosa parli. Se ti riferisci a quella bestia, qui la chiamiamo Biforcus“.
Ethan, ancora scosso, rispose: “Ma non era solo un Biforcus! Era un Biforcus a strisce, ed era enorme! E urlava come un pazzo!”.
Elara annuì, il suo sguardo ancora fisso sul punto in cui l’animale era scomparso. “L’hai visto mangiare uno di quei frutti che ti ho detto di non toccare, vero?”.
Ethan annuì, ancora confuso.
“Povera bestia,” disse Elara, sospirando. “Per noi umani sono velenosi, ma per i Biforcus a strisce sono il peggiore dei veleni. Non li uccidono, li fanno impazzire. Dopo un’ora di agonia, scompaiono nel nulla, proprio come quelli che non riescono a far ritorno”.
Poi, come se le fosse tornato in mente qualcosa, si voltò bruscamente verso Ethan. “E un’altra cosa!” lo rimproverò. “Ragazzo, cosa ti ho detto? Io sono una signorina!”
Ethan annuì, con un leggero rossore sulle guance. “Chiedo scusa, signorina Elara,” disse con un sorriso. “Me ne ricorderò.”
Elara annuì, soddisfatta, e ripresero il cammino. Passarono altre quattro ore, e la luce del sole che filtrava tra gli alberi indicava che erano le 9:30 del mattino. Sebbene le gambe di Ethan non fossero abituate a un tale ritmo, riusciva a malapena a stare dietro a Elara, che camminava come se la fatica non esistesse. Il bosco, che fino a poco prima sembrava infinito, cominciò a cambiare. La vegetazione si fece meno fitta e gli alberi, pur rimanendo alti, si diradarono, permettendo alla luce di illuminare il sentiero.
Improvvisamente, Elara si fermò, e i suoi occhi si spalancarono. Davanti a loro si estendeva un’enorme ragnatela, la cui trama si perdeva tra i rami più alti e spessi. Ethan non aveva mai visto una tela così grande.
Un istante dopo, un uccello dalle piume iridescenti, molto più grande di qualsiasi volatile che avesse mai visto, si impigliò nella tela. Dalla fitta vegetazione, un ragno gigantesco, nero e peloso, emerse con movimenti rapidi, avventandosi sulla sua preda. La sua mole era impressionante e i suoi occhi rossi sembravano bruciare di un’intensa luce. Ethan era lontano, ma vide la scena con una chiarezza inquietante, come se si stesse svolgendo proprio davanti a lui.
Il cuore gli accelerò e la paura si impossessò di lui. Tutta la logica che conosceva era svanita. Si strinse il petto con una mano e si avvicinò ad Elara, la voce che gli tremava in un crescendo di disperazione.
“Dove siamo? Nulla di tutto questo ha senso!” esclamò, gesticolando. “Dove vivo io non esistono queste cose! Al massimo ci sono cervi, cinghiali, ragni piccoli e ragnatele piccole…”.
Più parlava, più il tremore si faceva intenso. Elara si avvicinò a Ethan e, con un gesto calmo e rassicurante, gli pose le mani sulle spalle.
“Ragazzo,” rispose, la sua voce ferma e gentile. “Queste terre, il bosco da cui siamo partiti e tutte quelle che ci circondano, appartengono al Regno di Argaska. Non so esattamente cosa ti sia successo né da dove tu provenga, ma ti assicuro che dove stiamo andando troveremo delle risposte.”
Elara poteva vedere la paura genuina negli occhi di Ethan. Era una paura profonda, disperata, di chi ha perso ogni punto di riferimento. Per la prima volta, la donna capì che la sua storia non era frutto di un inganno, ma il disperato racconto di qualcuno che veniva davvero da un altro luogo.
Con un gesto deciso ma delicato, Elara prese la mano di Ethan nella sua e ripresero il cammino.