Capitolo 02
Ethan si domandò nella mente: “Sono morto? Eppure respiro. Che sia un sogno?”. Si toccò da tutte le parti e, come aveva letto in un libro, si pizzicò una guancia. Il dolore fu così forte da fargli emettere un suono buffo, e si rese conto di quanto la sua azione fosse ridicola. Si alzò e si guardò intorno. Il suo telefono segnava le 00:13 di martedì, ma nonostante l’ora tarda, riusciva a vedere chiaramente. Fece un respiro profondo, riempiendosi i polmoni di un’aria pulita e leggera, intrisa del profumo intenso dei fiori che lo circondavano.
Dalla tasca estrasse il cellulare: non c’era campo, e anche il navigatore non funzionava. Quei segnali assenti erano la prova inconfutabile che si trovava lontano da casa, dove invece i ripetitori erano stati installati di recente. Spinto dalla curiosità, guardò in alto. Le stelle sembravano più vicine che mai, ma non riconobbe alcuna costellazione. La luna, invece, era nascosta alla sua vista dagli enormi alberi che lo circondavano. Non essendo un esperto, non seppe dire che tipo di vegetazione fosse, e si pentì amaramente di aver ignorato le lezioni di botanica a scuola. Ma era tardi per rimuginare sul passato; pensare ai “se avessi fatto…” avrebbe solo peggiorato la situazione.
Vicino a dove si era svegliato, trovò la torcia che si era portato dietro. Non capendo cosa stesse succedendo, la prese e iniziò a esplorare i dintorni in cerca di indizi o tracce. Nella sua mente cercò di ricostruire i fatti: ricordava bene la fitta nebbia e l’ingresso in un edificio abbandonato, che puzzava di umido, di chiuso e di vecchio, con un forte odore di concime all’esterno.
Si addentrò sempre di più nella fitta vegetazione. Nonostante fosse notte, l’aria era stranamente ferma e piacevole, quasi calda. Questa sensazione di tepore si fece sempre più intensa, tanto che si tolse la felpa e rimase con la maglietta a maniche corte. D’un tratto, un odore dolciastro e invitante gli arrivò alle narici. Lo stomaco gli brontolò forte, ricordandogli che non aveva ancora mangiato nulla dopo la lunga fuga.
Decise di seguire quel profumo, che dopo un quarto d’ora lo portò su un sentiero pulito, probabilmente tracciato da animali selvatici. Tirò un sospiro di sollievo per aver trovato un percorso e si accorse che, a differenza di dove viveva lui, in quel luogo non si sentivano uccelli né altri rumori. Era un silenzio profondo e quasi irreale, rotto solo dal brontolio del suo stomaco.
Finalmente, Ethan vide del fumo in lontananza. Incominciò a camminare più veloce, poi accelerò il passo, sentendosi stranamente leggero e più rapido del solito. Raggiunse il luogo da cui proveniva il fumo e vide una piccola casetta fatta di pietra e paglia. Un sorriso gli spuntò in volto, felice di aver trovato qualcuno che potesse aiutarlo.
L’edificio, che sembrava una baita di montagna, era alto circa quattro metri e lungo sei. Il tetto era di paglia, e un enorme camino di pietra dominava la sommità, da cui usciva il fumo. L’unica finestra, senza vetro, aveva solo il telaio di legno, e la porta era interamente di legno. Di fianco, un piccolo orticello era recintato con dei rami, ma non essendo un esperto di piante, Ethan non seppe riconoscere le verdure che vi crescevano. Davanti alla porta, c’era un tavolino di legno dall’aspetto grezzo e poco lavorato.
Ethan si avvicinò piano e, a voce alta, disse: “Scusate, c’è qualcuno? Mi sono perso e cerco indicazioni!”. Ripeté la frase per tre volte, ma non sentì alcuna risposta. Si fece coraggio e spinse la porta. Diede un’occhiata all’interno: l’ambiente era rustico, con mobili fatti in modo rudimentale. Al centro, un enorme camino riscaldava una lastra di pietra su cui poggiava un grande pentolone sformato. Vide un letto fatto di legno e paglia e, su delle mensole di pietra, strani contenitori di legno chiusi con dello spago e un pezzo di pelle come tappo. Vicino al letto, c’era un forziere dall’aspetto antico. A quel punto, Ethan si chiese: “Mi chiedo chi ci viva.”
D’un tratto, la porta si aprì con uno scricchiolio e sulla soglia apparve un’anziana signora. Ethan fece un salto, il cuore in gola. La donna era vestita in modo bizzarro: una tunica di tessuti grezzi, leggera e ampia, simile a quella di un monaco, ma con una forma stravagante che le dava un’aura quasi eterea. Al collo, portava una collana di legno, pietra, piccoli frammenti d’osso e quelle che sembravano perle. I suoi capelli, di un bianco acceso e pulito, erano lunghi e lisci. La sua postura, dritta e rilassata, tradiva una forza sorprendente per la sua età: se non fosse stato per le rughe profonde sul viso, non avrebbe affatto dimostrato di essere anziana.
La donna lo fissò con occhi acuti, e con una voce potente che riempì la piccola stanza, chiese: “E tu chi sei, ragazzino? Cosa ci fai in casa mia a quest’ora? Non ti hanno insegnato i tuoi genitori le buone maniere?”.
Ethan, colto alla sprovvista, si affrettò a rispondere: “Mi scusi! Ho chiamato più volte, ma nessuno ha risposto, perciò mi sono avvicinato per farmi sentire! Mi scusi tanto, signora, mi sono perso e non so dove sono!”.
Con pazienza e un leggero tremito nella voce, Ethan le raccontò tutta la sua incredibile storia dall’inizio. Elara lo ascoltò con attenzione, le sue sopracciglia bianche aggrottate in un’espressione di sbalordimento crescente. Non un solo dettaglio fu omesso: dalla fuga nel bosco, alla nebbia fitta, al canto misterioso, fino al suo risveglio in un luogo completamente sconosciuto.
Dopo aver udito ogni parola, la donna si presentò. “Io mi chiamo Elara,” disse, con un tono che era tornato più calmo. “Vivo qui in questi boschi da circa vent’anni e, ragazzo mio, non ho mai visto né sentito nulla del genere.” Poi, con una genuina curiosità che spezzava la sua solenne compostezza, chiese: “Ma cos’è questo… SUV di cui parli?”. Ethan le aveva raccontato di aver trovato sua madre nell’auto di quello sconosciuto.
Ethan, con un sospiro rassegnato, spiegò: “È un’auto molto grande, un po’ come un furgone o un piccolo camion, ma serve per portare le persone. È comoda per le famiglie e può andare anche sulle strade sterrate e un po’ dissestate.”
Elara annuì lentamente, l’espressione di sbalordimento che non accennava a diminuire. “E che cos’è un’auto?” chiese di nuovo, con la stessa curiosità innocente.
Ethan rimase di stucco, incapace di formulare una risposta. Poi, un’illuminazione! Si ricordò della foto scattata alla targa. Tirò fuori il cellulare e le mostrò l’immagine del SUV. Elara sgranò gli occhi, terrorizzata. “Che cos’è quella cosa che hai in mano?! Che razza di magia è mai questa?!” urlò, indietreggiando.
Anche Ethan si spaventò per la sua reazione. “Mi scusi, signora,” balbettò, “ma non ha mai visto un telefono portatile?”.
Elara era sempre più confusa, così Ethan, pensando che la donna potesse soffrire di qualche disturbo mentale, si sforzò di spiegarle tutto di nuovo, con la massima pazienza. Elara rimase a riflettere per un lungo istante, poi sospirò profondamente e mormorò a sé stessa: “Ok, se non lo avessi visto con i miei occhi, non ci avrei mai creduto.” Le spiegò a Ethan che in quel luogo non esistevano né auto né cellulari. Era un mondo diverso, sconosciuto alla tecnologia.
Mentre la discussione continuava, lo stomaco di Ethan si fece sentire con un brontolio imbarazzante. Elara, sentendolo, sorrise. “Vuoi mangiare qualcosa, ragazzo?” chiese. Lui annuì vigorosamente, ringraziandola e raccontandole che a causa della fuga non aveva ancora cenato.
Elara prese un pezzo di pane abbrustolito e, con un mestolo, versò una ciotola di una densa minestra dal grande pentolone. “Mangia,” gli disse, porgendogli il cibo, “poi fermati qui per la notte. Domani vedremo il da farsi.”
In quell’istante, Ethan sentì un’ondata di sollievo e gratitudine. Sorrise sinceramente. “Grazie, signora, per la sua gentilezza. Se non fosse stato per lei, mi sarei ritrovato in una situazione ben peggiore.”
Elara si accigliò, con un finto rimprovero. “Smettila di chiamarmi ‘signora’! Ho un nome, e semmai dovresti chiamarmi ‘signorina’: non sono ancora sposata! Ma in ogni caso, chiamami Elara! Se non vuoi che ti cacci da casa, chiamami per nome!”
Ethan, rosso in volto ma divertito, rispose con un sorriso: “Sì, signora… cioè, volevo dire, signorina Elara!”.
Dopo aver cenato, la stanchezza e la pancia piena ebbero la meglio su Ethan. Si sdraiò sul letto di legno e paglia e, senza preavviso, si addormentò, incominciando a russare poco dopo.
Elara si voltò e lo guardò. Un sorriso divertito le apparve sul volto, ma nella sua mente non riusciva ancora a credere a ciò che il ragazzo le aveva raccontato. La sua storia era un miscuglio assurdo: una fuga disperata, una nebbia misteriosa, un canto che lo aveva guidato e, infine, il risveglio in una vecchia cascina diroccata. Eppure, il racconto le sembrava strano, ma non del tutto una menzogna. Era incuriosita da un particolare più di ogni altro: il canto che lo aveva attirato. Era un sogno o un portale verso un’altra realtà? E il fatto che si fosse risvegliato proprio lì… quello era un mistero che Elara non riusciva proprio a spiegarsi.