Sono morto?” si domandò Ethan, il fiato ancora corto. “Eppure respiro. Che sia un sogno?” Come aveva letto in qualche vecchio romanzo, si portò due dita alla guancia e si diede un pizzicotto. Il dolore fu così acuto da strappargli un gemito strozzato. Si massaggiò il viso, sentendosi improvvisamente ridicolo. Era tutto reale.
Si alzò in piedi e si guardò intorno, disorientato. Lo schermo del telefono segnava le 00:13 di martedì, eppure l’ambiente non era immerso nell’oscurità totale. Una strana luminosità innaturale permeava l’aria, permettendogli di vedere chiaramente. Fece un respiro profondo, riempiendosi i polmoni di un’aria pura e leggera, intrisa del profumo inebriante dei fiori sconosciuti che punteggiavano il prato.
Controllò di nuovo il display del cellulare: zero tacche. Nessun segnale, e l’app del navigatore girava a vuoto. Era la prova inconfutabile di trovarsi a chilometri di distanza da casa sua, in una zona dove i ripetitori non erano mai arrivati. Spinto dalla curiosità, alzò lo sguardo. Le stelle sembravano enormi, insolitamente vicine, ma per quanto scrutasse il cielo non riuscì a riconoscere una sola costellazione. La luna, invece, era schermata dalle chiome di alberi colossali di cui ignorava la specie. Provò una fitta di rammarico per tutte le volte in cui aveva ignorato le lezioni di scienze, ma scosse la testa: rimuginare sui “se” non lo avrebbe tirato fuori di lì.
Nell’erba vicino a lui scorse la torcia che aveva portato da casa. La recuperò, cercando di fare ordine nel caos dei suoi pensieri. Ricordava bene la fuga nel bosco, la nebbia densa come fumo e l’odore stantio e umido di quell’edificio abbandonato in cui si era rifugiato. E poi… il risveglio in quel luogo alieno.
Si addentrò con cautela nella fitta vegetazione. Nonostante fosse notte fonda, l’aria era immobile e incredibilmente mite. Il calore divenne presto così avvolgente da costringerlo a sfilarsi la felpa, rimanendo in maglietta a maniche corte. Fu allora che un aroma delizioso e rustico gli solleticò le narici. Lo stomaco si contrasse in un brontolio feroce, ricordandogli crudamente che non toccava cibo dal pomeriggio precedente.
Decise di seguire quel profumo invitante e, dopo circa un quarto d’ora, sbucò su un sentiero ben battuto, probabilmente tracciato dal passaggio degli animali selvatici. Tirò un sospiro di sollievo: un sentiero significava una destinazione. Si accorse però, con un brivido lungo la schiena, che in quel luogo regnava un silenzio assoluto. Niente fruscio di foglie, niente versi di uccelli notturni. Solo una quiete profonda, quasi irreale, spezzata dai suoi passi e dai lamenti della sua pancia.
Poi, la vide. Una colonna di fumo grigio si levava poco più avanti. Ethan accelerò il passo, sentendosi improvvisamente leggero e rapido, animato da una nuova speranza. La fonte di quel fumo era una piccola abitazione in pietra e paglia. Un sorriso di puro sollievo gli illuminò il volto.
Sembrava una vecchia baita rustica, alta circa quattro metri e lunga non più di sei. Il tetto spiovente era ricoperto di paglia intrecciata, dominato da un massiccio camino in pietra da cui usciva il fumo. C’era un’unica finestra, priva di vetri, e una solida porta di legno grezzo. Di lato, un piccolo orto era protetto da una staccionata di rami, ricolmo di ortaggi dalle forme bizzarre che Ethan non seppe identificare. Un tavolinetto dall’aspetto sbozzato riposava accanto all’ingresso.
Si avvicinò piano. “Scusate… c’è qualcuno?” chiamò ad alta voce. “Mi sono perso, avrei bisogno di indicazioni!” Ripeté la frase tre volte, ma non ottenne risposta. Facendosi coraggio, spinse la porta di legno, che cedette con un cigolio. L’interno era spartano, arredato con mobili rudimentali. Al centro della stanza, un grande focolare scaldava una lastra di pietra su cui borbottava un grosso pentolone sformato. In un angolo c’era un giaciglio fatto di assi e paglia, affiancato da un forziere dall’aria antica. Sulle mensole in pietra riposavano strani contenitori di legno, chiusi con dello spago e dei ritagli di pelle al posto dei tappi. “Mi chiedo chi ci viva,” sussurrò Ethan tra sé e sé.
Uno scricchiolio alle sue spalle lo fece sobbalzare. Il cuore gli schizzò in gola. Sulla soglia si stagliava la figura di una donna anziana. Indossava una tunica bizzarra, cucita con tessuti grezzi ma dal taglio ampio ed etereo, che ricordava l’abito di un monaco. Al collo portava una vistosa collana composta da frammenti di legno, pietre levigate, perle e piccoli pezzi d’osso. I suoi capelli erano di un bianco abbagliante, lunghi e perfettamente lisci. Ma la cosa più sorprendente era la sua postura: dritta, fiera e rilassata, emanava un vigore e una forza che contrastavano nettamente con le profonde rughe che le solcavano il viso.
La donna lo trafisse con uno sguardo acutissimo e, con una voce potente che riempì la piccola stanza, esclamò: “E tu chi saresti, ragazzino? Cosa ci fai in casa mia a quest’ora? I tuoi genitori non ti hanno insegnato le buone maniere?” Ethan, colto in flagrante, arrossì violentemente. “M-mi scusi! Ho chiamato più volte ma nessuno rispondeva, così mi sono avvicinato per farmi sentire! Mi scusi tanto, signora. Mi sono perso e non so dove mi trovo!”
La tensione iniziale si allentò. Con pazienza e un leggero tremito nella voce, Ethan si ritrovò a raccontarle la sua incredibile odissea. Elara lo ascoltò con attenzione, le folte sopracciglia bianche sempre più aggrottate per lo sbalordimento. Il ragazzo non tralasciò un solo dettaglio: la fuga nel bosco per scappare dall’uomo del SUV, la nebbia fitta, quel canto misterioso che lo aveva guidato verso la cascina e, infine, il risveglio in un prato sconosciuto.
Quando ebbe finito, la donna si presentò. “Io mi chiamo Elara,” disse, il tono ora più morbido e pacato. “Vivo in questi boschi da circa vent’anni e, ragazzo mio, non ho mai visto né sentito nulla del genere.” Si fermò un istante, la compostezza solenne incrinata da una curiosità infantile. “Ma dimmi un po’… cos’è questo SUV di cui parli?”
Ethan sospirò, cercando le parole giuste. “È un’auto. Una macchina molto grande, simile a un furgone o a un piccolo camion, ma serve a trasportare le persone. È comoda per le famiglie e può viaggiare anche sulle strade sterrate.” Elara annuì lentamente, l’espressione di smarrimento che non accennava a diminuire. “E cos’è un’auto?” chiese di nuovo, candida.
Ethan rimase a bocca aperta, incapace di formulare una risposta. Poi ebbe un’illuminazione. Si ricordò della foto scattata alla targa. Tirò fuori il cellulare dalla tasca, aprì la galleria e le mostrò l’immagine del fuoristrada nel buio. Elara sgranò gli occhi, terrorizzata. “Che stregoneria è questa?! Che razza di magia tieni in mano?!” urlò, facendo un balzo all’indietro.
Anche Ethan sobbalzò, spaventato dalla sua reazione. “Ma no, signora, si calmi! È solo un telefono cellulare… Non ne ha mai visto uno?” La confusione della donna era così palpabile che Ethan pensò potesse soffrire di qualche disturbo o che l’isolamento le avesse fatto perdere il contatto con il mondo. Armato di immensa pazienza, si sforzò di spiegarle nuovamente tutto da capo, semplificando il più possibile i concetti.
Elara rimase a riflettere in silenzio per un lungo istante, fissando lo schermo nero del telefono. Poi sospirò profondamente. “D’accordo. Se non avessi visto quella luce con i miei occhi, non ci avrei mai creduto.” Piantò il suo sguardo in quello di Ethan. “Ragazzo, in questo luogo non esistono ‘auto’ né ‘cellulari’. Qualsiasi sia il mondo da cui provieni, non è questo.”
La realizzazione calò su Ethan con il peso di un macigno, ma prima che potesse farsi prendere dal panico, il suo stomaco scelse quel momento per emettere un brontolio imbarazzante. Elara sorrise, l’espressione improvvisamente materna. “Vuoi mangiare qualcosa?” Lui annuì con vigore, ringraziandola e ammettendo di essere a digiuno da ore.
La donna prese un tozzo di pane abbrustolito e, con un mestolo di legno, gli versò una ciotola di densa minestra dal grande pentolone sul fuoco. “Mangia,” gli ordinò porgendogli il cibo. “Poi fermati qui per la notte. Domani, a mente lucida, vedremo il da farsi.” Un’ondata di sollievo e gratitudine travolse il ragazzo. “Grazie, signora, per la sua gentilezza. Se non fosse stato per lei, sarei finito in guai seri.”
Elara si accigliò in un finto rimprovero. “Smettila di chiamarmi ‘signora’! Ho un nome. E semmai dovresti chiamarmi ‘signorina’, visto che non sono ancora sposata! Ma in ogni caso, chiamami Elara. Se non vuoi che ti cacci di casa, chiamami per nome!” Ethan, paonazzo ma visibilmente divertito, abbozzò un sorriso. “Sì, signora… cioè, volevo dire, signorina Elara!”
La zuppa calda e il pane fecero il loro dovere. Appena finito l’ultimo boccone, la stanchezza repressa lo investì in pieno. Si sdraiò sul giaciglio di legno e paglia e, prima ancora di potersi fare altre domande su quel mondo alieno, crollò in un sonno profondo, iniziando a russare poco dopo.
Dall’altra parte della stanza, Elara rimase a osservarlo. Un sorriso divertito le increspava le labbra, ma nella sua mente i pensieri vorticavano. Non riusciva ancora a credere del tutto al racconto del ragazzo. Era un miscuglio assurdo: carrozze di metallo chiamate auto, tavolette magiche, una nebbia innaturale. Eppure, percepiva che non stava mentendo. Tra tutto, c’era un dettaglio che la tormentava più degli altri. Il canto che lo aveva attirato. Era stata un’illusione, un sogno… o l’apertura di un portale verso un’altra realtà? E il fatto che Ethan si fosse risvegliato proprio lì, nel suo bosco, non poteva essere una coincidenza. Quello era un mistero che Elara non riusciva proprio a spiegarsi.
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