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Capitolo 01

È lunedì mattina. La sveglia non ha nemmeno avuto bisogno di suonare, perché alle cinque in punto, come ogni giorno, gli occhi di Ethan Blake si sono aperti da soli. Il silenzio della villa era rotto solo dal ronzio del frigorifero. Si è infilato nel bagno, ha aperto il rubinetto e si è lasciato avvolgere dal getto d’acqua gelida della doccia. Un piccolo shock, ma l’unico modo per allontanare il torpore del sonno e prepararsi alla giornata che lo attendeva.

Tornato in cucina, ha preparato la sua solita, frugale colazione: un bicchiere di latte tiepido e una fetta biscottata con un velo di marmellata. Ha consumato il tutto in piedi, appoggiato al bancone, in un silenzio che sembrava più pesante del buio fuori dalla finestra.

Prima di preparare lo zaino, ha dato una rapida occhiata alla stanza della madre. Era ovvio che non si fosse ancora svegliata. La porta era socchiusa, e un odore acre di alcol e profumo a buon mercato fuoriusciva dalla fessura. “Ciao, mamma,” ha sussurrato, ma non ha ricevuto alcuna risposta. Le sue parole si sono perse nel nulla, come sempre.

Con lo zaino in spalla e il peso della casa sulle spalle, si è incamminato. La corsa contro il tempo per arrivare in orario alla fermata del bus era già cominciata.

Quella mattina l’aria era frizzante, un tocco gelido e familiare di ottobre. Il giorno prima aveva piovuto, e ora l’odore della terra bagnata e dei pini si mescolava in un profumo di bosco. Gli uccelli cinguettavano, una melodia mattutina che a Ethan piaceva immaginare come un chiacchiericcio, un pettegolezzo su chi fosse andato a letto presto o chi avesse trovato il verme più grasso.

Il percorso verso la fermata del bus era in discesa, una discesa che lo portava via dalla sua casa isolata e, per un breve momento, lo allontanava anche dai suoi pensieri. La strada serpeggiava nel cuore di una pineta, e dopo qualche minuto il bosco si apriva su un vasto prato. Per fare prima, prendeva sempre la stessa scorciatoia, un sentiero sottile tracciato dagli animali selvatici.

A volte, era fortunato. Riusciva a vedere o sentire il fruscio dei caprioli, lo scatto dei cervi, o il grugnito di un cinghiale lontano. Una mattina aveva persino visto un cucciolo di volpe, un batuffolo rosso che si era dileguato non appena i loro sguardi si erano incrociati.

Poi, un fruscio nell’erba. Rimase immobile, il respiro bloccato in gola. A pochi metri di distanza, una cerva pascolava con il suo piccolo. Li guardò, incantato, con un desiderio quasi disperato di vederli più da vicino, di non farli scappare. Cercò di muoversi in punta di piedi, il più silenziosamente possibile, ma il suo udito era una sciagura. Un piccolo ramo, nascosto nell’erba, scattò sotto la sua scarpa. Un suono impercettibile per chiunque, ma non per loro. La cerva sollevò il capo di scatto, le sue orecchie ruotarono. In un attimo, madre e cucciolo erano già scomparsi tra gli alberi, lasciandosi dietro solo il profumo della rugiada e un silenzio improvviso.

La sensazione di fallimento lo spingeva a sbrigarsi, e mentre correva, nella sua mente si fissò l’immagine della cerva che proteggeva il suo cucciolo, tenendolo al sicuro dal mondo. Un’onda di invidia, acida e sgradevole come qualcosa di marcio, gli si aggrappò al petto. Era un dolore che conosceva fin troppo bene, il tipo di dolore che gli faceva sentire un vuoto nello stomaco.

Quando raggiunse la fermata, un’oasi di panchina e pensieri solitari, si rese conto di essere in anticipo di qualche minuto. Si sedette, esausto, e aprì lo zaino per controllare di aver preso tutto. Ma quando il suo sguardo cercò il telefono, non lo trovò. Era ancora sul comodino, in carica. Ormai era troppo tardi per tornare indietro, e in fondo non gli importava. A cosa gli sarebbe servito? Le uniche chiamate che riceveva erano quelle dei nonni o degli zii, per sapere se avesse bisogno di qualcosa. Sua madre lo chiamava solo per avvisare che faceva tardi, e suo padre… suo padre lo chiamava solo quando il senso di colpa diventava insopportabile. Quelle telefonate erano un peso ancora più grande del silenzio, perché ogni volta Ethan ricordava le parole che aveva sentito, nascosto dietro la porta della cucina. Un figlio non desiderato, un peso nato per puro caso. Le frasi che aveva sentito suo padre dire alla madre durante uno dei loro litigi, un coltello piantato nella schiena che non era mai stato rimosso.

Finalmente, il respiro metallico dell’autobus spezzò il silenzio della collina. Ethan si alzò, tirò fuori la tessera elettronica dal portafoglio e, come temeva, il display rimase spento. La tessera era vuota. Non aveva soldi. Non li chiedeva mai, né ai genitori né ai parenti, perché ogni richiesta si portava dietro il peso della sua inefficacia, la prova che non era in grado di cavarsela da solo.

Salutò il conducente con un cenno del capo, passò la tessera nel lettore che non si illuminò, e andò a sedersi al suo posto preferito, in fondo all’autobus, un angolo di quiete che sentiva come suo.

Mentre aspettava di raggiungere la scuola, tirò fuori un libro e iniziò a studiare. La fermata era la terza e ultima del percorso, quindi aveva tutto il tempo per ripassare e assicurarsi che i compiti fossero a posto.

Alla prima fermata, salì un anziano con una borsa della spesa. I suoi passi erano lenti, il respiro affannoso. Poi fu il turno di una giovane donna incinta, con una bambina per mano, che probabilmente andava all’asilo. Infine, salirono due ragazze che frequentavano la sua stessa scuola. Si misero a sedere nei primi posti, ridendo e scherzando, in un mondo a parte che per Ethan era sempre rimasto inaccessibile.

L’autobus ripartì con uno sbuffo. Dal fondo, Ethan poteva vedere le due compagne di classe sedute nei primi posti, le sentiva ridere e scherzare. La loro voce era un mormorio allegro e spensierato, un mondo a parte in cui non era mai riuscito a entrare. Fece finta di niente, si concentrò su altro. Dalla sua postazione privilegiata in fondo, il finestrino era il suo portale su un’altra realtà. Gli piaceva guardare le case, i giardini, la vita oltre le mura che lo circondavano. Passarono proprio davanti a una casa recintata dove un cucciolo di Dobermann giocava. Mordeva la sua palla, la faceva squittire e abbaiava eccitato, in una danza buffa e felice. Non aveva mai avuto un cane, ma quell’immagine lo metteva di buon umore. Quel cucciolo, con le orecchie pendenti e la coda lunga e sottile, era una visione di pura gioia.

L’autobus arrivò alla seconda fermata. La donna incinta e la sua bambina scesero, dirette all’asilo lì vicino. Scendeva anche l’anziano con la sua borsa. Dopo un attimo, salirono tre ragazzi, anche loro della sua stessa classe. Si accomodarono dietro le ragazze, li salutarono con un cenno e cominciarono a parlare. Le loro voci riempirono l’aria con discorsi leggeri e comuni: cosa avessero fatto il giorno prima, cosa li aspettava a scuola. Erano conversazioni che a lui erano sempre state negate. Era una versione della vita troppo diversa dalla sua realtà, un mondo lontano che Ethan poteva solo osservare dal suo angolo in fondo all’autobus.

L’autobus si fermò all’ultima fermata. Le due ragazze scesero per prime, seguite a ruota dai ragazzi. Ethan aspettò qualche istante, mantenendo una distanza di sicurezza, prima di scendere anche lui. Per arrivare dalla fermata alla scuola ci volevano circa cinque minuti. Dietro di lui, altri studenti di classi diverse si avviavano, molti accompagnati dai genitori che li salutavano con baci e raccomandazioni. Ethan li osservava in silenzio, un’ombra di malinconia negli occhi.

Era quasi arrivato all’entrata della scuola quando due figure più grandi, alte e minacciose, gli si pararono davanti. Erano Dylan e Marco. Dylan, con i suoi occhi di ghiaccio e un ghigno strafottente, lo spinse contro il muro del corridoio esterno, proprio nell’angolo nascosto tra l’edificio principale e la palestra. Era un punto cieco, perfetto per i loro scopi. “Guarda chi si vede, il topo di biblioteca,” sibilò Dylan, tirando fuori una sigaretta e accendendola con un gesto arrogante. Ethan sapeva che Dylan era il figlio di un poliziotto, un dettaglio che rendeva la sua arroganza ancora più insopportabile. Il fumo gli si avvolse intorno, un presagio di ciò che sarebbe venuto.

Marco rispose con un ghigno maligno. “Che ne facciamo del topo? I gatti mangiano i topi. Anzi no,” corresse, “noi siamo tigri. E le tigri sbranano le loro prede.”

Dylan si avvicinò, portando la sigaretta accesa al volto di Ethan. La punta incandescente gli brillò negli occhi. “Tu sei il nostro giocattolo.”

Con una mossa repentina, sferrò un calcio allo stomaco di Ethan, facendolo cadere a terra. Marco gli immobilizzò una mano con un piede, mentre Dylan lo bloccò con una ginocchiata sul petto. Bloccato e senza fiato, Ethan sentì un pugno colpirgli la spalla sinistra. Poi, Dylan prese la sigaretta, la premé sul suo polso e la spense. Il dolore fu acuto, un’ondata di fuoco che minacciò di fargli urlare. Ethan si morse le labbra fino a sentire il sapore del sangue, costringendosi a non emettere un suono. Era una battaglia silenziosa, combattuta solo tra il suo dolore e il suo orgoglio.

I due ragazzi, divertiti, non si accorsero che dietro di loro si stava avvicinando Elisa, la sua unica amica, seguita da un insegnante. Elisa era l’unica che gli parlava, l’unica che aveva provato a capirlo e ad aiutarlo con i compiti. Per Ethan, lei era un angelo in mezzo al caos della sua vita, anche se la sua timidezza gli impediva di mostrare quanto la sua presenza significasse per lui. Erano compagni sin dall’asilo, anche se la loro vita era così diversa: la sua fatta di silenzio e solitudine, la sua circondata da amici, una famiglia unita e la vita allegra del ristorante dei suoi genitori.

“Ehi! Che sta succedendo lì?” urlò la voce dell’insegnante.

Dylan e Marco si irrigidirono, ma in un istante misero in atto un’abile recita. Fecero finta di niente, si piegarono su Ethan e lo aiutarono a rialzarsi. “È caduto, professore,” disse Dylan con un tono premuroso. “Lo stavamo solo aiutando.”

Ma Elisa, furiosa, urlò: “Non è vero! Li ho visti! Stavano…”.

Il suo discorso fu interrotto dall’insegnante che, annusando l’aria, aggrottò la fronte. “C’è odore di fumo… siete tutti e tre a fumare, di nascosto?” gridò.

In un attimo, Ethan si ritrovò complice di una situazione di cui era solo una vittima. Era la classica ingiustizia, il colpo finale di una mattinata già disastrosa. E l’unica cosa che poteva fare era rimanere in silenzio, lasciando che il mondo decidesse ancora una volta per lui. Dopo che l’insegnante se ne fu andato, rimproverandoli tutti e tre e minacciando di sospenderli, Elisa si avvicinò a Ethan, gli occhi pieni di lacrime. “Mi dispiace,” sussurrò. “Non sono riuscita a difenderti. Mi dispiace tanto.” Si sentiva in colpa, e la sua tristezza era quasi più difficile da sopportare della rabbia di Dylan.

Durante la lezione, nella mente di Ethan rimase impressa la scena di Elisa in lacrime. I rimproveri dell’insegnante, i volti arrabbiati di Dylan e Marco… tutto sbiadì di fronte all’immagine della sua unica amica che si sentiva in colpa per non averlo difeso. Per il resto, le lezioni passarono senza intoppi, quasi in automatico.

Quando suonò la campanella della ricreazione, Ethan mangiò in fretta la sua merenda: una mela, un succo di pera e una meringa. Quest’ultima, purtroppo, era stata schiacciata durante la caduta, ma la mangiò comunque, senza badare al danno. Il cibo non si spreca. Si alzò, fece qualche passo fino all’atrio e si appoggiò a una parete, come se dovesse sorreggere l’intero edificio.

Da lì, osservò le voci e i volti degli altri studenti. Vedeva i suoi coetanei ridere, scherzare, vivere quella vita che a lui era sempre stata negata. Era una vita semplice, fatta di chiacchiere, sorrisi e l’appartenenza a un gruppo. Lui, invece, era un’isola: non riusciva a legare con nessuno, e gli altri, non sapendo come comportarsi, lo ignoravano.

La ricreazione finì in fretta, e con essa l’ultima pausa della giornata. Le lezioni del pomeriggio scivolarono via senza incidenti e, quando la campanella finale suonò, Ethan tirò un sospiro di sollievo. La giornata scolastica era finita. Si preparò in fretta, il corpo stanco, ma la mente già concentrata sul ritorno a casa.

Ripercorse a ritroso il tragitto, tornando a casa con la stessa scorciatoia attraverso il bosco. Quando fu quasi arrivato, notò qualcosa di strano: una macchina ferma a una certa distanza dalla sua villa. Forse erano solo cacciatori, si disse, dopotutto la zona era piena di selvaggina. Era abbastanza lontana da non destare troppi sospetti.

Quando rientrò in casa, erano le diciotto e trenta. Il silenzio lo accolse. La porta principale era aperta, le luci tutte spente. Un senso di allarme lo spinse a cercare sua madre. Magari era andata a dormire, oppure era già uscita per andare al lavoro? Ma nel buio della cucina, la borsa di lei era ancora sul bancone.

Salì le scale, chiamando il suo nome, ma non ottenne risposta. La camera della madre era vuota, il letto rifatto. Si affacciò al piano di sotto, cercando in ogni stanza, ma la casa era desolatamente vuota. Il silenzio era quasi assordante, un vuoto che gli faceva salire una sensazione di panico. Improvvisamente si ricordò del dettaglio che aveva notato: l’auto non era una semplice utilitaria, ma un SUV nero, un fuoristrada imponente. Per un istante, si sentì scivolare nel panico, ma la sua mente si focalizzò su un solo pensiero: doveva capire chi era. Tornò in camera sua, si cambiò, afferrò lo zaino e prese il telefono che aveva dimenticato quella mattina. Voleva fare una foto alla targa.

Prese la torcia dal comodino e uscì, addentrandosi nel buio dei boschi. Mentre si avvicinava al mezzo, sentì degli strani suoni che prima non aveva notato. Muovendosi in modalità furtiva, come se fosse un’ombra, si avvicinò al SUV nero. Raggiunse la parte posteriore e alzò il telefono per fare una foto alla targa, ma un gemito soffocato lo fece bloccare. Il suono proveniva dall’interno della macchina.

Il cuore gli martellava nel petto. Sollevò la torcia e cercò di guardare attraverso il finestrino posteriore. La luce rivelò una scena che gli strappò via il respiro: sua madre e uno sconosciuto, senza vestiti. Le immagini si fecero strada nella sua mente, più brutali di qualsiasi pugno o insulto. “Mamma, che cosa stai facendo?!” urlò, la voce rotta dal panico e dal disgusto.

Sua madre sussultò, la sua faccia si contorse in un’espressione di orrore e rabbia. “Ethan! Torna subito a casa!” le urlò, la voce piena di rabbia. L’uomo si infuriò, infastidito dall’interruzione. Uscì dalla macchina nudo, una figura massiccia e minacciosa. Si avvicinò a Ethan e lo afferrò, trascinandolo via verso casa, imprecando contro di lui con parole volgari e piene di disprezzo.

Una spinta violenta e un calcio lo fecero cadere. Ethan si accasciò a terra. L’uomo gli urlò contro, un fiume di insulti che gli penetravano l’anima. Era troppo. Il dolore fisico si fuse con quello emotivo. Ethan si rialzò di scatto, il panico puro gli diede la forza di scappare. Non voleva più tornare in quella casa, in quel bosco, in quel mondo. Voleva solo fuggire, più lontano possibile da tutto e da tutti.

Ethan correva. La sua unica meta era il più lontano possibile. Superò la villa, corse oltre il cancello e si tuffò nel bosco che conosceva così bene, o almeno così credeva. La pioggia iniziò a cadere, un tocco freddo e bagnato che si univa ai graffi dei rami che sferzavano la sua pelle. Urtava alberi e cespugli, i rovi gli affondavano nella carne, ma lui non si fermò. Il dolore fisico non era nulla in confronto a quello che sentiva dentro. Continuò a correre, con i polmoni in fiamme e il cuore che gli martellava nelle orecchie, finché l’energia non lo abbandonò. Si fermò, esausto, e solo allora si accorse che, con la pioggia, era arrivata anche la nebbia. Fitta e bianca, avvolgeva ogni cosa, cancellando gli alberi, la strada e ogni punto di riferimento. In quello stato di agitazione e puro panico, Ethan si rese conto di essersi perso. Non sapeva più da dove era arrivato, né dove fosse finito. La foresta che un tempo era un rifugio, ora era una prigione.

Da lontano, un suono. Era una melodia, una canzone quasi incomprensibile, fatta di note e parole umane. Non era un suono che si addiceva a un bosco nebbioso e solitario, eppure era l’unico appiglio che aveva. Ethan seguì quella voce, quel suono che gli offriva una direzione in mezzo al nulla. Lo condusse a un edificio abbandonato, una vecchia cascina diroccata, l’aria impregnata dell’odore di fieno bagnato e terra umida. Il tetto era crollato in più punti e le finestre erano rotte. Ethan bussò, ma quando non ricevette risposta, spinse la porta. Entrò, cercando un riparo dal freddo pungente che gli era ormai penetrato nelle ossa.

All’interno era buio. Tirò fuori la torcia, e la luce svelò un interno cadente e pieno di detriti. Aveva anche il cellulare, ma la rete era inesistente. Esausto, infreddolito e sporco, non gli restò che cedere. Si accasciò in un angolo, appoggiato contro il muro, e il suono della pioggia che picchiettava sul tetto si unì al battito del suo cuore. In quello stato di profonda stanchezza, si addormentò, esausto, e in quel momento entrò in un sogno. In quel sogno non c’era materia, solo uno spazio infinito e buio. All’improvviso, una fanciulla vestita di bianco apparve. Il suo corpo non sembrava fatto di carne, ma di pura energia che brillava come una stella.

Iniziò a cantare, e il suo canto era una melodia fatta di stelle e di luci. La voce era penetrante e gentile, ma nello stesso tempo forte e autoritaria. Man mano che il suo tono si alzava, la luce intorno a lei diventava sempre più intensa, fino a quando il bianco non avvolse tutto. Ethan si sentì risucchiato da quella luce, una forza inarrestabile che lo attirava al centro di quel vuoto luminoso. Un istante dopo, si svegliò.

Ma non era nella vecchia cascina.

Era sdraiato su un prato di un verde così brillante che sembrava illuminarsi da solo, sotto un cielo di un azzurro così profondo da togliere il fiato. Gli alberi intorno a lui erano altissimi, con foglie di un blu elettrico, e al posto del silenzio dei boschi, sentiva una melodia lontana, fatta di voci e risate che sembravano venire da ogni direzione.

Si guardò intorno, stropicciandosi gli occhi. I vestiti erano puliti, non c’era più fango o sangue dai graffi. La torcia e il telefono erano al suo fianco. Si alzò in piedi. Non c’era nessuna cascina, solo un prato sterminato, punteggiato da fiori a lui sconosciuti, che brillavano di mille colori.

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