Era lunedì mattina. La sveglia non ebbe nemmeno bisogno di suonare: alle cinque in punto, come ogni giorno, gli occhi di Ethan Blake si aprirono da soli nel buio. Il silenzio della villa era spezzato solo dal ronzio sommesso del frigorifero. Si infilò in bagno, aprì il rubinetto e si lasciò colpire in pieno dal getto d’acqua gelida della doccia. Uno shock necessario, l’unico modo per scrostarsi di dosso il torpore del sonno e corazzarsi per la giornata che lo attendeva.
Tornato in cucina, preparò la sua solita, frugale colazione: un bicchiere di latte tiepido e una fetta biscottata con un velo di marmellata. Sul bancone, accanto al barattolo dei biscotti, c’era un vasetto di vetro con qualche moneta: il suo fondo d’emergenza. Non lo toccava mai, a meno che non fosse strettamente necessario. Consumò il pasto in piedi, in un silenzio che sembrava gravare sulle sue spalle più dell’oscurità oltre la finestra.
Prima di preparare lo zaino, si fermò davanti alla stanza della madre. Era ovvio che non si fosse ancora svegliata. Dalla porta socchiusa filtrava un odore acre, un misto di alcol stantio e profumo a buon mercato. “Ciao, mamma,” sussurrò. Nessuna risposta. Le sue parole si dissolsero nel nulla, come sempre. Con lo zaino in spalla e il peso di quella casa vuota nel petto, si incamminò. La corsa contro il tempo per non perdere l’autobus era già cominciata.
L’aria di ottobre era frizzante, un tocco gelido e familiare. Aveva piovuto durante la notte e l’odore della terra bagnata si mescolava alla resina dei pini. Gli uccelli cinguettavano in una melodia frenetica che a Ethan piaceva immaginare come un pettegolezzo mattutino su chi avesse trovato il verme più grasso.
La strada sterrata in discesa lo allontanava dalla sua casa isolata e, per un breve tratto, anche dai suoi pensieri. Si addentrò nella pineta imboccando la solita scorciatoia, un sentiero sottile tracciato dal passaggio degli animali selvatici. A volte era fortunato: gli capitava di scorgere lo scatto di un cervo o di incrociare lo sguardo fugace di un cucciolo di volpe.
Poi, un fruscio nell’erba. Ethan si immobilizzò, il respiro bloccato in gola. A pochi metri di distanza, una cerva pascolava accanto al suo piccolo. Li osservò incantato, acceso dal desiderio quasi disperato di avvicinarsi senza farli fuggire. Fece un passo impercettibile in punta di piedi, ma la sfortuna era in agguato. Un rametto secco scricchiolò sotto la suola. Un suono da nulla, eppure assordante nel silenzio del bosco. La cerva sollevò il capo di scatto, ruotò le orecchie e in una frazione di secondo scomparve tra gli alberi insieme al cucciolo, lasciandosi dietro solo il profumo della rugiada e un vuoto improvviso.
Mentre riprendeva a correre verso la fermata, nella mente di Ethan si fissò l’immagine della cerva che proteggeva la sua creatura, tenendola al sicuro dal resto del mondo. Un’onda di invidia, acida e sgradevole come qualcosa di marcio, gli strinse lo stomaco. Era un dolore che conosceva fin troppo bene.
Quando raggiunse la fermata, si rese conto di essere in anticipo. Si accasciò sulla panchina ed frugò nello zaino. Del telefono, nessuna traccia. Era rimasto sul comodino, in carica. In fondo non gli importava; a cosa gli sarebbe servito? Le uniche chiamate in entrata erano quelle di circostanza dei parenti, o i messaggi della madre per avvisare che avrebbe fatto tardi. Poi c’era suo padre. Lui chiamava solo quando il senso di colpa diventava insopportabile. Quelle telefonate erano macigni, perché ogni volta a Ethan tornavano in mente le parole origliate anni prima, nascosto dietro la porta della cucina. Un figlio non desiderato, un peso nato per puro caso. Le frasi pronunciate dal padre durante una lite, un coltello piantato nella schiena che nessuno si era mai degnato di estrarre.
Il respiro metallico dell’autobus spezzò finalmente la quiete della collina. Ethan si alzò e passò la tessera elettronica sul lettore. Come temeva, il display rimase buio. Non aveva soldi e non li avrebbe mai chiesti a casa, perché ogni richiesta era la conferma della sua incapacità di cavarsela da solo. Prese le monete d’emergenza dal portafoglio, le lasciò cadere tintinnanti nella macchinetta e, dopo un cenno di saluto all’autista, andò a rifugiarsi nel suo angolo preferito, in fondo all’autobus.
Il tragitto verso la scuola scivolò via tra fermate e volti passeggeri. Salirono anziani, donne incinte e, infine, i suoi compagni di scuola. Si sedettero tutti nelle prime file, ridendo e scherzando, immersi in un ecosistema spensierato a cui Ethan non aveva mai avuto accesso. Dalla sua postazione isolata, preferì concentrarsi sul mondo oltre il finestrino. Osservò una casa recintata dove un cucciolo di cane, buffo e goffo, mordeva una palla facendola squittire di gioia. Non aveva mai avuto un cane, ma quell’immagine di pura e semplice felicità riuscì a strappargli un mezzo sorriso.
Arrivato a destinazione, Ethan attese che il gruppo chiassoso scendesse per primo, mantenendo una prudente distanza di sicurezza. Era quasi giunto all’ingresso dell’edificio scolastico quando due figure alte e massicce gli sbarrarono la strada. Dylan e Marco.
Dylan, con i suoi occhi di ghiaccio e un ghigno strafottente, lo spinse brutalmente contro il muro del corridoio esterno, nel punto cieco tra l’edificio principale e la palestra. “Guarda chi si vede, il topo di biblioteca,” sibilò Dylan. Tirò fuori una sigaretta e l’accese con arroganza. Essere il figlio di un poliziotto lo faceva sentire intoccabile, un dettaglio che rendeva le sue angherie ancora più insopportabili. Marco fece eco all’amico: “Che ne facciamo del topo? I gatti mangiano i topi. Anzi no… noi siamo tigri. E le tigri sbranano le loro prede.” La punta incandescente della sigaretta si avvicinò pericolosamente al viso di Ethan. “Tu sei il nostro giocattolo.”
Con una mossa repentina, Dylan gli sferrò un calcio allo stomaco, facendolo crollare a terra. Marco gli bloccò una mano sotto la scarpa, mentre Dylan lo immobilizzò con una ginocchiata sul petto. Senza fiato, Ethan incassò un pugno alla spalla. Poi, il bruciore atroce. Dylan gli premette la sigaretta sul polso nudo, spegnendola contro la sua pelle. Un’ondata di fuoco gli attraversò i nervi. Ethan si morse l’interno guancia fino a sentire il sapore metallico del sangue, costringendosi a non emettere un solo gemito. Era una battaglia silenziosa, combattuta unicamente tra la sua sofferenza e il suo orgoglio.
Nessuno dei tre si accorse dell’arrivo di Elisa, seguita a passo svelto da un professore. Elisa era la sua unica amica, l’unica che avesse mai provato a capirlo e ad aiutarlo. Era un angolo di luce nel caos della sua vita, anche se la timidezza gli impediva di dimostrarle quanto le fosse grato. “Ehi! Che sta succedendo lì?” tuonò l’insegnante.
I due bulli si irrigidirono, ma in un istante misero in atto una recita da manuale. Finsero di soccorrerlo. “È inciampato, prof,” mentì Dylan, la voce intrisa di finta premura. “Stava cadendo, lo abbiamo preso al volo.” Con un calcio rapido, allontanò la sigaretta. “Quella non è nostra.” “Non è vero! Li ho visti! Stavano…” urlò Elisa, furiosa. Il professore aggrottò la fronte, annusando l’aria. “C’è odore di fumo… siete tutti e tre qui a fumare di nascosto?”
Fu il colpo di grazia. Ethan si ritrovò complice dei suoi stessi carnefici. Dopo la sfuriata dell’insegnante, che minacciò di sospenderli tutti, Elisa gli si avvicinò con gli occhi lucidi. “Mi dispiace,” sussurrò. “Non sono riuscita a difenderti.” Vederla consumarsi dai sensi di colpa fu quasi peggio della bruciatura che gli pulsava sul polso.
Il resto della giornata scivolò via come un automa. A ricreazione, Ethan mangiò in solitudine una meringa frantumata dalla caduta, appoggiato a una parete dell’atrio. Osservava gli altri ridere e fare gruppo. Lui era un’isola; non sapeva come legare con nessuno, e gli altri, semplicemente, lo ignoravano.
Quando suonò l’ultima campanella, tirò un sospiro di sollievo. Il corpo gli doleva, ma la mente era già proiettata verso casa. Imboccò la scorciatoia nel bosco. Arrivato in prossimità della villa, notò un’anomalia: un enorme SUV nero, non l’auto di un cacciatore, era parcheggiato poco distante dalla proprietà.
Varcò la soglia alle diciotto e trenta. La porta principale era spalancata, le luci tutte spente. Un senso di allarme gli strisciò lungo la schiena. La borsa della madre era ancora sul bancone della cucina. Salì le scale chiamandola a gran voce, ma la casa era desolatamente vuota. Il silenzio, questa volta, era intriso di panico. Decise di indagare. Afferrò lo zaino, recuperò il telefono dal comodino per fotografare la targa di quel SUV e prese la torcia.
Sgattaiolò fuori, muovendosi nel buio del bosco come un’ombra. Quando fu a pochi metri dal fuoristrada, udì dei gemiti soffocati provenire dall’abitacolo. Il cuore gli martellava contro le costole. Sollevò la torcia verso il finestrino posteriore. La luce squarciò l’oscurità, rivelando una scena che gli strappò via il respiro. Sua madre, nuda, avvinghiata a uno sconosciuto. “Mamma… che cosa stai facendo?!” urlò Ethan, la voce incrinata dal disgusto e dal terrore.
La donna sussultò, il volto contratto in una maschera di orrore e collera. “Ethan! Torna subito in casa!” strillò. L’uomo, furibondo per l’interruzione, spalancò lo sportello. Era una figura massiccia e minacciosa. Si avventò sul ragazzo, strattonandolo e rovesciandogli addosso un torrente di insulti volgari. Con uno spintone violento, lo scaraventò a terra. Il dolore fisico si fuse in un groviglio insopportabile con quello emotivo. Ethan si rialzò di scatto. L’istinto di sopravvivenza prese il sopravvento. Non voleva più tornare in quella casa. Non voleva più vedere nessuno.
Iniziò a correre. Corse oltre il cancello, tuffandosi alla cieca nelle profondità della foresta. Iniziò a piovere, un velo freddo che si mescolava ai graffi dei rami sul viso. Urtava i tronchi, i rovi gli laceravano la pelle, ma non si fermò. I polmoni bruciavano e il cuore gli rimbombava nelle orecchie. Quando finalmente le forze lo abbandonarono, si rese conto che la pioggia aveva portato con sé una nebbia fitta, spessa come cotone bianco. Ogni punto di riferimento era svanito. Si era perso. La foresta, il suo antico rifugio, si era trasformata in una gabbia.
Poi, nel nulla, una melodia. Un canto dolcissimo, fatto di note umane, totalmente fuori posto in quel bosco spettrale. Ethan seguì quel filo invisibile fino a scorgere la sagoma di una vecchia cascina diroccata. Il tetto era sfondato e l’aria sapeva di fieno marcio. Spaccato dalla stanchezza, infreddolito e coperto di fango, si trascinò all’interno e si accasciò in un angolo asciutto. Chiuse gli occhi e si lasciò inghiottire dal sonno.
Scivolò in un sogno privo di materia. Uno spazio infinito e buio, interrotto dall’apparizione di una fanciulla vestita di bianco. Non sembrava fatta di carne, ma di pura energia radiosa, luminosa come una stella. La fanciulla iniziò a cantare. La sua voce era gentile ma carica di un’autorità sconvolgente. Man mano che il volume saliva, la luce attorno a lei esplodeva, fino a inghiottire ogni ombra. Ethan si sentì trascinare al centro di quel vortice candido.
Un istante dopo, aprì gli occhi. Ma non era sul pavimento della cascina abbandonata. Era sdraiato su un prato di un verde così accecante da sembrare illuminato dall’interno. Sopra di lui, un cielo azzurro di una profondità vertiginosa. Gli alberi che lo circondavano erano immensi, adornati da foglie di un vibrante blu elettrico. Al posto dell’angosciante silenzio del bosco in rovina, l’aria risuonava di una melodia distante, intrecciata a voci e risate cristalline che provenivano da ogni direzione.
Si alzò in piedi, stropicciandosi gli occhi. I suoi vestiti erano puliti, immacolati, privi di fango o di sangue. Di fianco a lui giacevano la torcia e il cellulare. Della vecchia cascina, nessuna traccia. C’era solo quel prato sterminato, punteggiato da fiori alieni che brillavano di mille colori.
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